E Pieve ripiombò nella rabbia
PIEVE PORTO MORONE. «Adesso capisco come può nascere il terrorismo». «Sospensione? Autorizzazione? Revoca? Non mi interessa. La prossima volta prendo il fucile». Esasperazione. Rabbia pronta da esplodere. Per le strade la pazienza sembra ormai al limite. La vicenda della Metalli Colombo ha logorato i nervi anche più saldi. E' palpabile la violenza repressa. Quel sentimento sordo e subdolo, trattenuto a stento, con l'impressione che oramai basti un nulla per far scoppiare l'incendio. Il rinnovo, subito sospeso, dell'autorizzazione non ha fatto altro che esarcerbare gli animi. Ancora di più.
«Contento della sospensione? E perchè dovrei? Cosa ci danno il contentino? Prima si, poi no, poi vedremo. Ma basta...». L'uomo lancia un'occhiata verso la fonderia e poi se ne va. La rabbia gli chiude lo stomaco.
«Ho sempre condannato ogni forma di violenza - dice un altro - e ancora lo faccio. Ma se prima non riuscivo nemmeno a concepire come qualcuno potesse arrivare a quel gesto, oggi non più. Continuo a non giustificare, ma dopo questa esperienza drammatica e devastante capisco. Capisco quella rabbia impotente che ti prende allo stomaco. E magari ti fa imboccare una strada sbagliata. Capisco anche come sia potuto nascere il terrorismo. Perchè il terrorismo è nato dalla rabbia». Mario Antononi ha 80 anni, gli ultimi cinque passati al container.
«Sono già stato operato al cuore. Ma non mollo. Ho perso dieci chili negli ultimi tempi. E, giuro, se mi dicono che ho anch'io il cancro gliela faccio pagare. Sono tutti falsi, ma io ci credo ancora. Anche se ne ho abbastanza di essere preso in giro». Insomma, la sospensione all'autorizzazione, per quanto importante, non ha attenuato l'amarezza per quello che tutti si aspettavano la settimana scorsa: il no definitivo da parte della Provincia alla fonderia. Ivo Grazioli passa ormai il suo tempo al container. «Siamo stufi di questo tira e molla - accusa -. Ma ho una sfilza di nipoti. Io lo faccio soprattutto per loro, perchè io la mia vita l'ho fatta. Ma loro hanno diritto a vivere qui senza avvelenarsi». Salvatore Lauria è uno dei 'fedelissimi" del container: «Siamo andati anche in consiglio provinciale a far sentire la nostra voce. Sono anni che combattiamo per il diritto alla salute. E siamo ancora qui a farci prendere in giro». Walter Antononi non ha dubbi: «Contenti della sospensione? No, per niente. Vogliamo chiuderla quella fabbrica e basta. Dopo tutti i casini non possiamo ancora andarcene dal container». «Nel campo davanti alla fonderia c'è olio e catrame. E' pazzesco. Cosa bisogna dire ancora?». Sono parole che colpiscono. Cosi come colpisce il silenzio di chi non vuole parlare. Ma i loro occhi, forse, dicono più di tante parole, anche forti.