«Novecento»: Arnoldo Foà al teatro Cagnoni dà vita ad un monologo seducente ed ipnotico

VIGEVANO. La fiaba è bella, onirica e sospesa, piena di sapori e suggestioni. O, meglio, ricco di umori, sfaccettature e significati, è il personaggio, delizioso ed ineffabile, posto al centro di 'Novecento", il monologo di Alessandro Baricco visto l'altra sera al Cagnoni: una giostra tutta fantasia ed umorismo (ma quell'umorismo che segna anche la tragicità della vita), un miracolo di leggerezza e di ispirazione, che fa scattare tante piccole meraviglie verbali. Costruito con la poeticità dell'assurdo quotidiano, in un misto di liricità e prosa, il lavoro trova linfa e sostegno nella regia elegante e raffinata di Gabriele Vacis, il quale ha scovato la scansione giusta da imprimere alla narrazione ed il tempo interno che nasce dalla memoria, carpendo il battito sotterraneo e segreto del testo dove immagine ed emozioni si fondono e scavano dentro il senso delle parole.
Realizza, cosi, uno spettacolo delicato e struggente incorniciato nel quadro visivo ideato da Roberto Tarasco: due piccole pareti contenenti una cuccetta, una sedia, foto d'epoca e ritagli di giornale, collocate su una pedana mobile-pianoforte, che scivola da un lato all'altro ad evocare il rullio di una nave sull'oceano. All'interno di questa struttura, recitando quasi sempre da seduto, Arnoldo Foà dà vita ad un monologo seducente e ipnotico, dove il ricordo di Novecento si trasforma in un percorso dell'anima e dell'amicizia, su cui l'alone della leggenda pennella vibrazioni emozionanti e sinuose. L'attore si cala con sensibilità nel ruolo di Max, il suonatore di tromba, e vive la sua affabulazione da dentro, accompagnandola con tenerezza, ironia e malinconia. Lui da solo in scena, ma allo stesso tempo circondato da tutti gli incredibili personaggi che la sua voce sa animare, pronti ad emergere dal buio per diventare reali su qualche accordo jazz e su un accenno a 'Over the rainbow" dal 'Mago di Oz". E mentre il pianoforte suona, la tastiera sfiorata da mani invisibili, illuminata da un neon accecante e indagatore, Foà sorride, fuma la pipa, si versa una tazza di the, racconta con toni che potrebbero sembrare dimessi, ma che si rivelano invece straordinariamente espressivi, tesse una serie di chiaroscuri nell'immediatezza di un linguaggio ora raffinato, ora mescolato ad un parlato quasi gergale, unendo distacco e partecipazione, rollando come il Virginian dalla tenerezza alla malinconia, al sorriso e al drammaticamente intenso, indicando sentieri su cui lo spettatore proietta l'ombra di un universo intatto e sublime, fatto di note, bellezza, armonia, trasfigurata magia. E' una narrazione densa e sommessa, in cui la voce di Foà inanella volute ora morbide ora vigorose, che si trasformano in un saliscendi avventuroso, fatto di equilibrismi e virtuosismi: è un continuo fiorire di pulsazioni leggere e imprevedibili, fughe solitarie, pause reiterate e preziose, visioni, colori, variazioni ritmiche, riverberi, che, verso la fine, si stratificano in una sovrabbondanza affaticante di compiacimenti, particolari, ragionamenti. Peccato. Perché la favola di Novecento, che sapeva accarezzare con voluttà le curve di un 'ragtime", invece, avrebbe dovuto chiudersi lieve ed incantata. Come la musica della sua vita. (f. cor.)