La moglie può staccare la spina
PARIGI.Le foglie morte volano a terra, davanti ad una foto in bianco e nero di Yasser Arafat con la sua immancabile kefia sulla testa e un grande sorriso, posta all'ingresso del pronto soccorso dell'ospedale militare Percy di Clamart. Un lumino bianco acceso ha vegliato per tutta la notte. Alcuni sostenitori del leader palestinese hanno cominciato a radunarsi qui giovedi sera, quando la tv ha dato tutte quelle notizie contraddittorie: Arafat è morto, è vivo, è in fin di vita.
Le bandiere palestinesi sono presenti. Su una c'è scritto: «Grazie Francia». Le notti di ramadam parigine hanno conosciuto epoche migliori. Oggi tutti sono qui per lui: «Sono venuta perché volevo sentirlo ancora una volta vivo vicino a me» dice una donna palestinese.
In questo che di sicuro è il luogo raggiungibile dalla gente comune più vicino ad Arafat, ma forse quello più lontano dalla notizia, che ormai non è più la morte presunta o reale del leader palestinese ma è nelle conseguenze che questa morte scatenerà, tutti pensano all'eredità di questo uomo ma ormai in pochi si aggrappano agli spiragli di speranza fatti passare dalle onde della radio RTL, poco dopo l'alba, da Leila Shahid, la delegata generale palestinese in Francia: «Arafat non è in condizioni di morte cerebrale», ha detto smentendo le dichiarazioni anonime di fonti mediche dell'ospedale diffuse giovedi sera: «E' in coma, certo, ma reversibile e in condizioni critiche. Si trova fra la vita e la morte».
«Arafat è finito. Era nostro padre» dice una donna di una quarantina d'anni con la kefia sulla testa seduta per terra vicino ai poster del leader. «Era l'unico a dirci sempre: calmatevi, vedrete che la libertà arriva presto. Ora è morto. Nessuno ce lo dirà più». «Io sono francese», dice un'altra signora, 53 anni, casalinga, «ma ho fiducia in questo popolo, pienamente fiducia. Lui sarà sempre là, anche da morto sarà sempre là. Non ci sarà mai divisione». «La causa palestinese non muore con Arafat» conclude un'altra donna «Lui forse è morto ieri, forse muore oggi, forse fra un mese o un anno. Che importa?».
Dai telefonini dei giornalisti ancora presenti numerosi dietro alle barriere stese dalla polizia, arriva la notizia di uno Chirac che assicura da Bruxelles, dove partecipa al Consiglio Europeo, che «il leader palestinese è nelle mani di eccellenti dottori».
Davanti al cancello del Pronto Soccorso, quando ormai comincia ad imbrunire, il colonnello Christian Estripeau, medico-capo dell'ospedale militare di Percy, si accinge a leggere un comunicato scritto a quattro mani con la moglie del Rais Souha: «Lo stato di salute del presidente Yasser Arafat non si è aggravato ed è considerato come stabile rispetto al precedente bilancio». Il precedente bilancio diceva che Arafat si trova in rianimazione e smentiva le notizie della morte date dal secondo canale della tv israeliana nel pomeriggio di giovedi.
Ormai secondo fonti mediche spetta alla moglie la decisione di staccare le macchine che tengono in vita Arafat. Il leader, premio Nobel per la pace, le ha lasciato un testamento/insegnamento destinato a tutti i palestinesi: «Non dividetevi e non perdete mai di vista l'obiettivo dell'indipendenza della Palestina».