Inchiesta Milano-Mare, indagato Belloni
VOGHERA. «Un fulmine a ciel sereno». Cosi Carlo Alberto Belloni, commercialista di Santa Giuletta con studio a Voghera, ha commentato la notizia della sua iscrizione nel registro degli indagati della procura di Milano per concorso in corruzione. L'inchiesta è quella sulla società Milano-Mare: Belloni, secondo l'accusa, avrebbe favorito il gruppo Gavio, ma lui si è dichiarato estraneo ai fatti contestati.
Ieri mattina Belloni, accompagnato dal suo legale, l'avvocato Cristiana Totis, si è presentato al quarto piano del palazzo di Giustizia di Milano, per presentare una memoria difensiva al pm Stefano Civardi, il magistrato che con il collega Alfredo Robledo conduce l'inchiesta sulla Milano Mare. Nel dossier, il commercialista nega ogni rapporto con il gruppo guidato dall'imprenditore tortonese Marcellino Gavio e sottolinea di non aver svolto alcun ruolo decisionale all'interno della società autostradale. «Il dottor Belloni ha depositato una nota scritta a chiarimento della sua totale estraneità ai fatti oggetto di indagine - ha dichiarato l'avvocato Tollis - Nel precisare che Pedemontana non ha nulla a che vedere con le investigazioni in corso, il dottor Belloni ha certezza che il lavoro dei magistrati proseguirà serenamente il suo corso a prescindere da polemiche o illazioni strumentali e improduttive». Il legale ha poi aggiunto che la presenza del suo assistito nella Milano Mare si è limitata al ruolo del segretario verbalizzante in tre sole riunioni del cda: nessuna possibilità concreta, dunque, di influenzare le scelte del cda in modo da favorire il gruppo Gavio. Per l'accusa, invece, il quadro d'assieme è esattamente opposto: Belloni, Ombretta Colli (Forza Italia, ex presidente della Milano Mare e della Provincia di Milano) e un componente del cda si sarebbero adoperati per favorire il disegno dell'imprenditore tortonese, che puntava ad acquisire il controllo del pacchetto di maggioranza della società. Gli ostacoli da rimuovere erano la clausola che vincolava ai soci pubblici il possesso di almeno il 60% delle azioni e l'eventuale ingresso in Borsa, mentre andava tutelato il diritto di prelazione sull'acquisto delle quote vantato da Gavio. In cambio, insiste l'accusa, l'imprenditore avrebbe versato del denaro servito in parte a finanziare la campagna elettorale della Colli.