«Non sparate su Vigevano»
VIGEVANO.«Questa città ha attraversato crisi economiche, ma mai crisi di valori». Il ritratto vigevanese è di Cesare De Marchi, tecnico e scrittore, poeta e profondo conoscitore delle dinamiche industriali. Un 'anima divisa in due che unisce la curiosità intellettuale al pragmatismo produttivo. La visione di De Marchi, vigevanese doc, segue l'intervento di Claudio Beccaria, docente al Cairoli e al Castoldi, che ha tracciato il quadro di una città chiusa, dove le caste sono ancora compartimenti stagni impermeabili alla novità e all'originalità. Una città, insomma, con tanto pane e poca fantasia.
De Marchi coglie invece in Vigevano molte più sfumature. «Direi che il quadro di una Vigevano provinciale e gretta è schematico e semplicistico - afferma De Marchi -. Il riferimento ai temi di Mastronardi non può valere come atto di accusa verso Vigevano, perchè la condizione umana descritta da Mastronardi poteva trovarsi anche in altre realtà, non solo qui».
Se c'è un maestro di Vigevano in ogni città c'è però chi accusa Vigevano di essere una città con pochi maestri, intesi come ceto intellettuale. «Forse chi vive nel mondo della scuola vede le cose da un'angolazione diversa - dice De Marchi - ma la nostra è una città che ha saputo esprimere e sa esprimere grande dinamismo e capacità innovativa. Capacità che si sono acquisite con l'olio di gomito e la disponibilità a camminare su meridiani e paralleli girando il mondo per portare le nostre idee fuori dai confini». Certo, Vigevano conosce il dinamismo, ma non la spregiudicatezza. «C'è un modo di dire vigevanese che sintetizza questo atteggiamento: ti va avanti che mi at vegni adrè (tu vai avanti che io ti seguo). La nostra classe dirigente può essere accusata di conservatorismo, ma molto spesso è solo prudenza. Guardano con interesse alle novità e le incoraggiano, ma non vogliono rischiare un salto nel buio. A Vigevano molte cose sono cominciate dal coraggio di alcuni 'pionieri" cui poi si sono accodati gli altri, che magari avevano appoggiato l'iniziativa nell'ombra, ma venivano allo scoperto solo quando l'affare si era consolidato. Non la definirei mancanza di coraggio o miopia, ma prudenza». Anche perchè il benessere ha mitigato lo slancio famelico degli anni del boom. «Erano altri tempi - conclude De Marchi - e forse c'era più onestà, intesa come consapevolezza che i risultati non si raggiungono dall'oggi al domani, ma con il lavoro. Perchè ai vigevanesi si potranno rimproverare tante cose, ma non quella di non essere dei grandi lavoratori». (l.g.)