Le opposte promesse per l'America che sarà
ROMA. Per mesi e mesi, per più di un anno, i cittadini americani e il mondo intero hanno seguito l'evolversi della politica americana con un'attenzione divenuta col passar del tempo quasi maniacale. E anche se soltanto i primi erano chiamati a votare, tutto il resto del mondo ha finito col tifare per il successo o di Bush o di Kerry come se fossero propri rappresentanti. E, per le conseguenze della scelta, per molti aspetti con buona ragione. Ora è finita.
Quando leggerete queste righe già probabilmente saprete chi ha vinto. E' adesso assai opportuno controllare se le promesse fatte dai candidati saranno mantenute. Si può cominciare col dire che una frangia non insignificante di elettori o di 'tifosi" non americani ha già fatto sapere, prima del voto, di non credere alla differenza tra le promesse dell'uno o dell'altro: da Ralph Nader a Osama Bin Laden, dai nordcoreani agli operatori di borsa, per finire al presumibile 40% degli elettori che avranno scelto di non votare, questo è l'insieme di gente che si comporta come se a loro non importasse chi tra Bush e Kerry vincerà. Veniamo allora alla probabilità che le promesse fatte vengano mantenute.
Cominciamo con Bush, perchè è più facile. Aveva promesso un programma per le elezioni del 2000, ha avuto quattro anni di tempo per mantenere o disattendere le promesse. Ha abbassato le tasse per i redditi più alti e per l'attività imprenditoriale privata (esempio, le linee aeree); ha permesso e favorito lo sfruttamento di importanti risorse naturali e industriali abbassando i vincoli ambientali; ha aumentato le spese militari, soprattutto con le spedizioni in Afghanistan e in Iraq, alzando come non mai il deficit di bilancio; ha tagliato le spese pubbliche per la scuola e per le attività culturali; ha favorito il passaggio ai privati dei programmi pubblici di assistenza medica e sociale.
Bush ha sostanzialmente fatto ciò che aveva promesso. Se verrà rieletto accentuerà la propria linea politica, anche attraverso le possibilità costituzionali che il Presidente ha a disposizione (nomina in senso conservatore dei giudici della Corte Suprema, se ce ne saranno; pressione per l'adozione di emendamenti alla Costituzione, nuove leggi da far votare al governo che lui nominerà e alla maggioranza del Congresso). Sicuramente vorrà chiudere in qualsiasi maniera la guerra in Iraq.
Kerry non ha alle spalle una 'fedina" politica altrettanto concreta (è il vantaggio di chi si muove dall'opposizione). Mesi di accanito scrutinio da parte di Bush non hanno scoperto nessuna precedente malefatta. E' stato un valoroso soldato (a differenza di Bush), la sua fortuna personale viene soprattutto dal patrimonio della moglie, oltre che da vent'anni di attività come senatore, non gli si conoscono traffici imprenditoriali poco chiari (anche qui, a differenza di Bush).
Ha promesso una redistribuzione dei redditi a favore dei più poveri, un aumento delle spese sanitarie e assistenziali pubbliche, un coinvolgimento dell'ONU e di altri Paesi nella lotta al terrorismo internazionale, maggior tolleranza nei diritti civili e nella ricerca scientifica (rapporti tra omosessuali legalizzati, cellule staminali, libertà di scelta per le donne in tema di aborto legalizzato), l'abolizione della pena di morte.
C'è quanto basta per dire che Bush può essere definito di centro-destra, Kerry di centro-sinistra. Potrà succedere che, su qualcuno dei punti elencati, il candidato una volta eletto venga meno alle promesse. Ma basteranno quelle che manterrà per essere sicuri che, al di là delle contingenze dei prossimi quattro anni, alla guida degli Stati Uniti e del mondo ci sarà un uomo di cui si può prevedere sin da oggi dove ci porterà.