Rambaudi, il cuore è a Pavia


PAVIA.A Sassari per riprendere la marcia e dimostrare che la sconfitta di Cremona è stata solo un episodio. Il Pavia, privo ancora di Macellari, è chiamato a una prova di maturità: serve un risultato positivo per continuare a stare lassù, tenere il passo della Cremonese. E magari rosicchiare qualche punticino alla capolista. A tifare per gli azzurri c'è anche Roberto Rambaudi, 38 anni, ex Nazionale, otto stagioni in serie A tra Lazio e Atalanta. L'attaccante ha appeso le scarpe al chiodo nel 2000: ora fa l'allenatore. Molto seriamente: è alla sua prima esperienza tra i professionisti, a Latina (C2, girone C) e sta seguendo il Supercorso di Coverciano per diventare allenatore di Prima categoria. Rambaudi ha giocato a Pavia per due stagioni, dal 1986 al 1988: il primo anno, in C2, ottenne la promozione (segnando 12 reti), il secondo giocò in C1, segnando sei reti. E a Pavia è legatissimo: qui ha conosciuto Laura, che è poi diventata sua moglie. Qui è nato il suo primo figlio, Simone (oggi 14enne, mentre Vittoria ha 4 anni), qui ha ancora una casa: «Vicino ad Annabella», spiega Rambaudi, che di tanto in tanto fa un salto in città «Magari un giorno, compatibilmente con i miei impegni di allenatore, mi vedrete al Fortunati come spettatore».
Com'era il suo Pavia?
«Gruppo unito, dall'enorme potenziale tecnico. Gente che poi è salita di categoria. Come Crippa, Nunziata...»
In città che clima c'era?
«Grande entusiasmo, considerando il fatto che Pavia è una città abbastanza fredda. I tifosi sentivano che il Pavia era la loro squadra, che i giocatori in campo davano tutto. Abbiamo fatto per tre o quattro partite di fila 5mila spettatori. La gente ci apprezzava».
Che differenza c'era rispetto al calcio di oggi?
«Era sicuramente un calcio più tecnico e meno atletico»
E questo Pavia le piace?
«L'ho visto una sola volta, nel posticipo televisivo con il Novara. Non fu una bella partita: molti falli, gioco spezzettato. Ma comunque mi ha fatto una buona impressione. Oltre a Macellari, che fa la differenza in questa categoria, ho visto alcuni ottimi giocatori. A partire da Ciullo e Sciaccaluga. Può andare lontano».
Magari in serie B?
«Se in serie B c'è una società come l'Albinoleffe, non capisco perché non ci possa andare il Pavia. C'è tutto: la società, che è molto solida e ha un progetto credibile. Le strutture, la città, con un pubblico appassionato che ha una cultura sportiva. Torresani deve riternersi fortunato: si può lavorare bene».
Un po' d'invidia...
«Ma no, a Latina sto bene. Anche questa è una piazza importante, dove si può fare calcio con serenità».
«Secondo lei che differenza c'è tra C1 e C2?
«C'è un po' più di qualità, ma la differenza è minima. Tanto è vero che molte squadre che vincono in C2 poi sono al vertice anche in C1. Basta vedere la Cremonese. Piuttosto c'è differenza tra Nord e Sud, soprattutto in C2: il fattore campo nel girone C conta».
Lei ha fatto di recente il salto: ritiene che sia più facile giocare o allenare?
«E' meglio giocare, scarichi di più la tensione. Mi verrebbe a volte voglia di andare in campo... Ma è molto bello anche allenare, lo faccio con passione, per trasmettere le mie conoscenze ai giovani».
L'allenatore che è stato giocatore è avvantaggiato?
«Si, perché conosce le dinamiche dello spogliatoio. Quando parla sa cosa percepiscono i suoi giocatori».
Tatticamente, lei ha uno schema preferito?
«No, i moduli li fanno i giocatori che hai. Un allenatore deve solo saper mettere l'uomo giusto al posto giusto».
Tra i suoi maestri c'è stato anche Zeman, oggi tornato molto di moda...
«E' un uomo al quale piace insegnare calcio, dal quale ho imparato alcune cose. Ma poi la maggior parte delle cose le ho rielaborate e modificate».
Lei è in C2 e sta bruciando le tappe come allenatore: la vedremo un giorno sulla panchina del Pavia?
«Ora sto bene al Latina, ma mai dire mai nel calcio. Mi farebbe davvero molto piacere: il mio cuore è a Pavia».

Claudio Cuccurullo