«Io, prima italiana a ritornare Che gioia ritrovare la mia Africa»
FIUMICINO.«Homs. Con l'acca, quello è il posto dove sono nata. A due passi da Leptis Magna, città imperiale romana. Adesso ho imparato a pronunciarlo aspirato. Mia madre lo aveva sempre detto, acca aspirata. Lei in Africa era stata felice, conosceva e amava tutto. Adesso che ho potuto vedere quei luoghi capisco perché». Elisa Pozza Tasca è un vulcano. E' appena sbarcata dal volo in arrivo da Tripoli. Una data storica, non solo per il suo album dei ricordi. Elisa Pozza Tasca è la prima italiana con scritto Tripoli sul certificato di nascita a rientrare nel paese africano dopo 34 anni. Un'apripista.
«Ho un solo grande dolore, in tanta gioia. Mia madre soffriva di 'mal d'Africa. Ci ha educato nell'amore per l'Africa. Avrebbe voluto rivedere la sua terra, magari morirvi. La terra della sua gioventù, quando cavalcava a Misurata nelle tenute del conte Volpi dove il padre, mio nonno era fattore. Questo visto è arrivato troppo tardi, per molte famiglie. Vorrei dirglielo a Gheddafi. Dichiara la mia stessa età. Vorrei chiedergli perché a me e a tanti altri ha negato quello che a lui è stato concesso. Comunque la metta, io sono africana quanto lui».
Difficile mettere ordine nei pensieri della signora Elisa. La sua gioia è tale da voler raccontare tutto, e tutto insieme. «Non ci credevo, non ci ho creduto fino all'ultimo momento. Ero già sull'aereo, lunedi 18. Stavo partendo per Bengasi insieme dell'Associazione amici del Museo di Bassano del Grappa. Il volo era dell'Air Libia. In volo, con noi, c'era il console italiano a Bengasi, il dottor Giovanni Pirrello. Eppure continuavo ad avere paura. A un certo punto ho provato un tuffo al cuore, un addetto alla sicurezza, prima che chiudessero le porte, aveva pronunciato il mio nome. Sono rimasta senza fiato, il cuore in gola. Quell'uomo parlava con due cellulari contemporaneamente. Alla fine qualcuno gli ha detto che era tutto a posto. Il mio visto, datato 4 ottobre 2004, tre giorni prima dell'annuncio dato a Tripoli dal governo italiano, era in perfetta regola. Decollo, volo. In Africa non mi hanno sottoposto a nessun controllo».
Elisa Pozza Tasca ha redatto un diario, carico di emozione come la sua voce mentre ne legge le pagine. «Tutto sembrava facile per essere la prima volta... ero fiduciosa, attenta e prudente. A Fiumicino mi chiedevo se ero già in Africa o in qualche altro posto del terzo mondo dove non si vede la differenza fra sporco e pulito. La trasandatezza mi faceva dimenticare di essere ancora in Italia». I pensieri sono di rammarico, di indignazione. Le sale dove si parte e si arriva dall'Africa dovrebbero avere maggiore dignità. Ci passa chi viene in Italia a lavorare.
«Mi sento fortunata, tanto fortunata di essere nata in Libia. Nascere li mi ha dato tante aperture verso i problemi del terzo mondo. Posso capire meglio che cosa passa nella testa di gente che ha fatto un percorso inverso rispetto a quello dei miei genitori e dei miei nonni». Riflessioni che hanno accompagnato la signora Elisa durante tutto il viaggio, alla ricerca delle sue radici per quanto conservate solo nella memoria familiare.
«Avevo sette, otto mesi quando mi hanno portato via. Era il 1941. Gli inglesi evacuarono la Tripolitania. Donne e bambini vennero caricati su voli della Croce rossa e deportati a Castelvetrano in Sicilia. Ogni famiglia poteva portare solo quindici chili di bagaglio. Gli inglesi buttarono via una coperta per me e un cappottino di mia sorella. Nonostante il freddo mia madre risali tutta l'Italia, fino a Marostica. Il paese di papà. Mamma era di Montebelluna». Ecco perché questa africana bionda parla un veneto inconfondibile e dalle inflessioni antiche. Lingua e memoria da emigranti sono state il pane quotidiano nell'infanzia.
Il padre di Elisa Pozza Tasca, dipendente della Sade - Società elettrica veneta, allora di proprietà del conte Volpi, la stessa del disastro del Vajont - restò in Africa, trattenuto dagli inglesi. Poi riusci a tornare in Italia, via Tunisia, a guerra finita. Da quel momento il proposito di ritornare in Libia venne rinviato di anno in anno dalla famiglia Pozza Tasca. Ma mai abbandonato. Fino al 1970 quando Gheddafi vietò agli italiani di continuare a sognare.
Fu cosi che una famiglia con due patrie cominciò a sentirsi sdradicata. Fu cosi che Elisa Pozza Tasca ha aperto il primo centro di accoglienza per extracomunitari nella sua città, Bassano del Grappa, una mano tesa da emigrante a emigranti. Fu cosi che riusci a convincere i tunisini a scavare la spiaggia fino a ritrovare il corpo di Milena Bianchi, ragazza scomparsa e uccisa dal fidanzato. Una capacità di colloquio da africana ad africani.
«Non ci si può chiudere nell'egoismo di una regione ricca. Ho fatto tutto questo perché sentivo che le mie radici erano nella poverà, nell'emigrazione, in Africa. Adesso ho potuto toccarle con mano quelle radici. Ho avuto molti aiutanti. Una signora di 85 anni, amica di mia madre. Ancora lucida per potermi spiegare come ritrovare la mia casa. Ahmed, un venditore di souvenir di Leptis Magna, l'unico a ricordare i vecchi nomi delle strade. La giovane guida che accompagnava la comitiva, un ragazzo che aveva studiato a Roma e che ama l'Italia. Ha accettato di deviare dal percorso per accompagnarmi».
«E' stato bellissimo vedere quel luogo. Adesso si chiama via delle Poste. Una strada alberata in discesa verso il mare. Prima che andassero via gli italiani era intitolata a Grazioli Lante. Via Grazioli Lante 32, questo l'indirizzo esatto. La cabina elettrica (un impianto di smistamento dell'energia n.d.r.) e l'alloggio di servizio. La cabina è ancora li in disuso, e anche la casa: sono rimasti solo i muri. E' crollato solo il capanno a mare. Era in fondo al viale, sulla spiaggia. Nella zona, adesso, c'è un mercato».
«Prima di arrivare tutti mi dicevano: 'preparati a non trovare niente". Avevano paura che la delusione potesse farmi male - afferma Elisa -. Invece ho trovato mura in piedi, la cabina elettrica ancora destinata a usi pubblici. Mi ha dato grande gioia vedere dove mio padre lavorava. E una rabbia dentro. Perché cosi tardi, adesso che tanta gente ha perso la capacità fisica di ricordare. Io e mio marito siamo in fondo fortunati. Lui è nato ad Asmara, africano come me, famiglia di emigranti come la mia. In Africa mi sono sentita orgogliosa di essere italiana, e africana. Orgogliosa di poter rappresentare un paese che quella terra ha contribuito a costruire».
Nell'album fotografico della signora Elisa finirà anche un tombino del «Comune di Tripoli», cosi è inciso, in italiano, sulla ghisa.