Tangenziale nord, un nuovo test

PAVIA. Abbiamo «scoperto» (meglio: finalmente compreso) qual è il male che affligge il progetto della Tangenziale Nord (e presumibilmente anche del cantiere al Bivio Vela): il fatto che il terreno, nella parte più profonda, sia «monogranulare». E quindi, per questa sua caratteristica geologica, in grado di sopportare solo un decime del peso che una strada deve sopportare. Quello che non abbiamo capito, ma poi abbiamo chiesto lumi a chi davvero se ne intende, è come mai nessuno avesse accertato prima la «monogranularità» di questi terreni con le opportune analisi.
Ma prima di avventurarci nei misteri della scienza delle costruzioni, qualche notizia fresca sui problemi della Tangenziale. Giovedi prossimo, in cantiere, ci sarà un vertice tra i tecnici Anas di Roma e Milano, i progettisti, la ditta incaricata, l'amministrazione comunale. Dovranno verificare sul campo la validità della proposta di perizia supplettiva (circa 3 milioni di euro) che, appunto l'Anas, deve approvare per permettere il proseguimento dei lavori che rischiano altrimenti di bloccarsi entro la fine del mese. Si deve, infatti, asfaltare, ma il terreno non è in grado di reggere il peso l'asfalto.
Si diceva, terreno monogranulare, di portata 9 volte inferiore al necessario. Un'inattesa situazione? Non proprio. Al professor Paolo Venini, il docente di Scienze delle Costruzioni all'Università, consulente dell'Anas per la Tangenziale Nord, che ha proposto le alternative tecniche, abbiamo chiesto: non si poteva accertare prima? Lui, correttamente, non intende discutere del lavoro svolto dagli altri. E allora, gli abbiamo chiesto: se la incaricassimo di verificare se, sotto il giardino di casa nostra e prima di costruire un box, il terreno è monogranulare, sarebbe difficile farlo? «No, semplice», è la sua risposta. E qui si ferma il dialogo sul tema. Il professor Venini, invece, spiega con estrema chiarezza come si procederà da ora in avanti.
«Il problema è nato quando si è iniziato a scavare - ricorda Venini -: malgrado gli esami svolti prima dei lavori, il valore di portata del terreno era un decimo di quello necessario anche se il terreno stesso, dal punto di vista della classificazione, era 'A3": ossia, per legge andava bene. Ma era come se fosse composto, per cercare di spiegarlo in modo semplice, di palline di stesso diametro non in grado di riempire i vuoti. Insomma, monogranulare. Anche se come tipo di terreno andava bene come classificazione, la portanza risultava insufficiente». Come intervenire, allora? «Il problema è che ci sono si dei modelli fisico-matematici ma vanno sempre supportati da prove sperimentali. In base a tali modelli ho proposto 3 soluzioni, ho fatto scegliere all'impresa il punto più critico, dove c'è anche l'escursione di falda, ed abbiamo applicato i 3 modelli. Sostanzialmente i primi due sono simili: si tratta di una sorta di bonifica, nel senso che andiamo a prendere sabbia del Ticino e la riportiamo li con un spessore determinato sperimentalmente. La terza possibilità era utilizzare la tecnica del misto-cementato: una percentuale di cemento e poi una che mischia il terreno al cemento. Con la prima soluzione abbiamo ottenuto un 20% di portanza in più rispetto al necessario, con il cementato quattro volte tanto. La prima, ovviamente, è più economica, entrambe portano al risultato necessario». Qui finisce la consulenza di Venini. Che però, ora, viene riconsultato. L'Anas e la ditta avrebbero infatti scelto la soluzione... più costosa, il misto-cementato, ma chiedono a Venini di sapere quanto cemento in meno possono mettere per risparmiare sui costi. Operazione che richiederà altre prove, altri test e, almeno, ancora un mese di attesa. Ma non potevano, Anas e ditta, pensarci prima?