«Falsa la teca di Colombo?»


PAVIA. Si riapre l'enigma di Cristoforo Colombo. Dopo l'annuncio dell'Università di Granada che lo scopritore dell'America forse è sepolto nella cattedrale di Siviglia, le attenzioni tornano ad appuntarsi sulla teca con i presunti resti dell'Ammiraglio, conservata sin dal 1880 nella Biblioteca Universitaria. «Se Granada ha ragione - commentano Anna Maria Campanini Stella e Carlo Alberto Redi - la storia delle teca andrà probabilmente riscritta».
«E potremmo scoprire - aggiungono - che abbiamo tra le mani un falso. Certo però, al riguardo, ogni valutazione è prematura». A parlare sono rispettivamente la direttrice della Biblioteca e il genetista direttore del Laboratorio di Biologia dello Sviluppo dell'Università.
Il possibile falso.
In che senso la teca del Colombo 'pavese" potrebbe risultare a posteriori un clamoroso falso? Per rispondere, bisogna risalire al 4 agosto 1880 quando il bibliotecario dell'ateneo ticinense Carlo Dell'Acqua (1834-1883) ricevette via nave dall'arcivescovo di Santo Domingo Rocco Cocchia la teca con le ceneri e l'intera documentazione che certificava l'apertura della tomba di Colombo, avvenuta nel 1877, gli atti notarili, il resoconto del prelevamento dei resti, l'autentificazione dei medesimi come appartenuti a Colombo e le modalità del loro confezionamento nell'ampolla destinata a Pavia. Tutta questa documentazione è depositata da allora alla Biblioteca Universitaria di Pavia.
Il dono dei Vandone.
Un altro voluminoso faldone con, tra l'altro, le minute dell'intero carteggio tra Santo Domingo e Pavia venne consegnato all'Università il 15 aprile 1994 dall'ex-farmacista Gianfranco Vandone Dell'Acqua, bis-nipote del bibliotecario autore dello 'scoop" colombiano. La documentazione, sottoposta a tutti i rilievi, è perfettamente legale e la pubblicizzazione della procedura di trasferimento dei resti colombiani da Santo Domingo a Pavia è assolutamente garantita.
Se però ora venisse dimostrato completamente e senza ombra di dubbio che i resti sepolti a Siviglia sono effettivamente quelli del navigatore, vorrebbe dire che le spoglie da cui vennero prelevati i frammenti di ossa di Colombo da donare all'Università di Pavia sono appartenute a un altro uomo. E la Biblioteca Universitaria scoprirebbe, 124 anni dopo, di avere tra le mani una 'patacca".
Campanini e Redi.
«A questo punto - dice Anna Maria Campanini Stella - è auspicabile che l'autorità di Santo Domingo intervenga. Essa dovrebbe procedere all'indagine sui resti colà sepolti, in modo da pervenire a una definizione risolutiva del problema. Santo Domingo può sottoporre all'esame i resti del 'proprio" Colombo e cosi fornire l'indispensabile riscontro all'esito delle analisi effettuate a Siviglia».
Gli stessi concetti ribadisce il genetista Carlo Alberto Redi, con un'aggiunta: «L'indagine deve essere storica nel più ampio significato del termine e quindi compiuta dagli studiosi e storici delle varie discipline implicate nel complesso caso. Io per parte mia, come scienziato, posso solo limitarmi a insistere nel rilevare che, nel momento in cui si ritenga opportuno sottoporre a esame del Dna il reperto osteologico conservato nella teca in possesso della Biblioteca, esso verrebbe irrimediabilmente sacrificato. In ogni caso, prima di pensare eventualmente a sottoporre al Dna i campioni pavesi, bisognerà essere in condizione di confrontarli con il materiale genetico del presunto fratello, del figlio, del padre e della madre di Cristoforo Colombo. Solo cosi il sacrificio della teca di Pavia avrebbe un significato. L'esame sulla teca è comunque tecnicamente possibile».
La scoperta di Siviglia.
Le autorità della città spagnola hanno diffuso, tramite la rivista mensile Newton, i primi risultati delle analisi sui resti del presunto Cristoforo Colombo, del fratello più giovane Diego e del figlio Don Hernando Colon (noto in Italia con il nome di Giacomo), tutti e tre sepolti sotto la cattedrale di Siviglia e nei dintorni. Ciò è satto reso possibile dopo che l'ultima discendente diretta dell'Ammiraglio, Anunciada Colòn de Carvajal, ha consegnato le chiavi del mausoleo dove sono conservate le ossa del suo glorioso avo, nella chiesa di Siviglia.
Gli sforzi di Lorente.
Il responsabile del Columbus Identification Dna Team del Laboratorio di Genetica dell'Università di Granada, Josè Lorente, che nel 2002 aveva riaperto il caso Colombo annunciando l'affidamento delle analisi del Dna, ha riunito il 17 settembre la riunione internazionale del team. Ne facevano parte i ricercatori di cinque laboratori in tutto il mondo, fra cui il Dipartimento di Biologia dell'Università Tor Vergata di Roma.
Lorente ha spiegato che erano state messe a confronto un frammento d'osso di Colombo, un dente di suo figlio e un altro pezzettino di scheletro di suo fratello. Poi ha annunciato pieno di emozione: «L'équipe romana ce l'ha fatta: tra due dei resti estratti sono emerse sequenze identiche ereditate dalla stessa madre». Lorente ha concluso con somma prudenza: «Non possiamo escludere che i due resti appartengono ai due fratelli. A questo punto abbiamo bisogno di ulteriori analisi». Un po' poco, ma a Siviglia per ora basta.

Sisto Capra