Dante Bellazzi, ultimo ultras pane e salame
VIGEVANO.L'ultras pacifico. Dante Bellazzi è uno di quei tifosi che amano una squadra di calcio come fosse la moglie e non fanno male a nessuno, al massimo un po' a se stessi se tengono a chi di solito perde. Di questi tempi sono a rischio estinzione.
Bellazzi sembra addirittura la versione vigevanese dell'Ultimo dei Mohicani, il guerriero pellerossa del romanzo di James Fenimore Cooper, l'unico sopravvissuto di una tribù. Dal 1987 Bellazzi è presidente del Vigevano club, ma i soci sono cosi pochi che ogni estate il sodalizio potrebbe sparire. «Il club è nato nel 1971 - ricorda il presidente, che nella vita è un rettificatore meccanico -. Io allora avevo 13 anni ma ero già un ragazzo con grandi responsabilità». Un po' come l'Uomo ragno dei fumetti. «Non proprio. Mi avevano affidato i tamburi e la tromba bitonale, e coordinavo i tifosi giovani, cioè quattro persone. Adesso fa sorridere, ma a me sembrava molto». Di responsabilità in responsabilità, Bellazzi si è ritrovato a 29 anni a reggere le sorti del club. «E' un'eredità che mi hanno lasciato i vecchi e che io ho raccolto perché quel gruppo è stata la mia vera scuola di vita - spiega -. Ho imparato molto da persone leali e schiette come Carlo Brichetti, Mimmo Lovati, Franco Guarchi, Giancarlo Ambrosetti e Augusto Girani. C'era una voglia di stare insieme, oltre le generazioni, che negli anni successivi si è persa». Si potrebbe dire che il Vigevano club sia una vittima dell'individualismo degli anni Ottanta. «Un po' si - sostiene Bellazzi -. Nei primi anni Settanta avevamo circa 1.300 iscritti, divisi in 18 club, distribuiti nei bar principali di Vigevano e di tre paesi lomellini: Cilavegna, Cassolnovo e Garlasco. Adesso i soci sono ottanta. C'è da dire però che il vigevanese è un tifoso freddo: viene allo stadio solo se la squadra vince e noi invece siamo scesi dalla C fino al campionato di Promozione prima di risalire in D».
Ora sono solo quattro le persone operative del club: Bellazzi, Franca Ticozzi, Paolo Marinoni e Federico Bandoli. Le iniziative però non si sono ridotte: il club infatti si occupa della biglietteria allo stadio durante le partite, scrive il giornalino dei tifosi, organizza le trasferte in pullman e gestisce un museo di cimeli della squadra biancoceleste. «Tra i dilettanti il nostro è l'unico museo permanente - spiega Marinoni -. C'è di tutto: dalle foto alle maglie, dai biglietti ai palloni delle partite storiche». Visitandolo (per informazioni telefonare al 338.2630261) si scopre che la prima maglia del Vigevano, nato nel 1921, era rossonera a strisce orizzontali come quella dei brasiliani del Flamengo. L'anno dopo fu adottato il biancoceleste.
Il museo aiuta perché le radici nutrono la tradizione, ma non bastano i simboli a dare identità a un gruppo, servono anche le leggende, documentate, da tramandare. Le leggende del club sono soprattutto a sfondo gastronomico. «Quando il Vigevano era in serie C abbiamo girato tutto il nord Italia - racconta Bellazzi, che è anche la memoria del gruppo, come l'anziano a capo del villaggio pellerossa -. In un ristorante di Chioggia ci hanno ribattezzato i budei». Tradurre l'espressione veneta con buone forchette è poco, forse è più efficace pozzi senza fondo. Del resto, a vedersi, Bellazzi non sembra proprio uno che a tavola si trattiene. «Peso circa un quintale, ma da ragazzo ero più magro. Ero arrivato a 85 chili». Ecco, appunto. Per farsi ribattezzare budei però non basta un unico divoratore, serve una squadra, come nel calcio. «Vi dirò cosa successe in un ristorante di Salò - continua il presidente -. Eravamo arrivati a mezzogiorno perché la partita cominciava alle 14.30 e di solito restiamo a tavola molto a lungo. Noi eravamo al dolce, mentre il cameriere stava portando il carrello dei bolliti ai nostri vicini. Qualcuno di noi lo vide, lasciò li il dessert e riparti dalla carne». La tradizione però si alimenta anche di goliardia, piccole imprese contro l'autorità. «Una volta, a Verona, eravamo fermi a un incrocio con il pullman e un vigile faceva sempre passare gli altri. L'allora presidente Brichetti si spazienti e decise che doveva intervenire. Scese, prese il vigile alle spalle e lo girò di 90 gradi cosi che potesse dare il via libera al pullman continuando a dirigere il traffico. Il vigile nemmeno reagi».
Come in tutte le tribù, ci sono anche le donne, sebbene siano una minoranza. «Si dice che dietro un grande uomo c'è sempre una grande donna - dice Bellazzi -. Io non so se siamo grandi, di certo io e mia moglie siamo grossi». E con la stessa passione, o quasi, per il destino della tribù: «C'è stato un anno in cui lei voleva diventare dirigente del club, io mi sono opposto: non avrei accettato un un conflitto di interessi cosi evidente». Mantenere in vita una passione forte però è anche un impegno, si è mai stancato? «Di che, del club o della moglie? Comunque la risposta è no, in entrambi i casi». Del club invece un po' si è stancato. «E' vero, ho pensato di lasciar perdere quando ho capito che in questi anni abbiamo seminato su un terreno arido le nostre speranze di riportare la gente allo stadio. Dobbiamo prima arare poi concimare, magari con qualcuno che possa consigliarci. E parlo del club ma anche della società, che deve ricostruire il rapporto con i vigevanesi». Belle parole, dove le ha imparate? «Coltivando i pomodori. Che c'è, sembro Seneca?» No, solo un ultras saggio. L'ultimo dei Mohicani approverebbe.