«Cappelli su misura da oltre un secolo»

PAVIA. La macchina per stirare i cappelli non è come quella per «tagliare il brodo»: esiste davvero. Fa bella mostra di sè alla cappelleria Quaroni di Strada Nuova. Il negozio è stato insignito del titolo di attività commerciale storica di livello locale dalla Regione Lombardia. Ne racconta la storia Maria Grazia Pecorara, che fa parte della seconda generazione di una famiglia di cappellai. L'aggeggio, grande quanto un'affettatrice, in acciaio e vetro, risale ai primi del '900 ed è ancora funzionante.
«La macchina scalda l'acqua e produce vapore che esce da questa feritoia: noi passiamo il tessuto alla giusta distanza per evitare che si bruci», dice indicando un altro strano arnese appoggiato sul bancone. «Questa invece è la macchina per allargare i cappelli e funziona con una molla meccanica - spiega la Pecorara - prima era tutta fatta di legno ma il principio è uguale: una leggera ma costante tensione per dilatare qualche millimetro il tessuto». Nel negozio si trovano ancora i mobili-vetrina risalenti al 1925 fatti realizzare da Augusto Quaroni che nel 1968 cedette l'attivita a Mario Pecorara, papà di Maria Grazia. «Mio padre e io lavoravamo alla Vanzina, la ditta di cappelli che c'era in via Luino, e Quaroni ci chiese se eravamo disposti a rilevare il suo negozio. Scelse noi perchè Quaroni era molto attaccato al suo lavoro e voleva che qualcuno competente continuasse la sua attività. Mio padre accettò anche perché ormai si sapeva che purtroppo la cappelleria di Pavia avrebbe chiuso e quindi abbiamo preso l'occasione per cambiare lavoro, ma non passione». Quella dei cappelli infatti è una vera passione per la famiglia Pecorara e Maria Grazia non smetterebbe mai di raccontare come nasce il copricapo di feltro, che lei considera il cappello con la c maiuscola. «Si parte dal pelo di coniglio o di lepre o dalla lana che vengono trattati in una campana di rame, poi con degli acidi vengono infeltriti, e infine tinti - dice -. A seconda del modello il pelo è rasato o lasciato lungo e infine gli si dà la forma. Insomma un procedimento lungo, artigianale, che pochi ancora fanno». Nelle vetrine sono esposti cappelli Borsalino, Panama, Panizza e poi semplici copricapi. «Adesso vanno questi articoli - dice Maria Grazia indicando i beretti da baseball -, anche noi ci siamo dovuti adeguare, ma non c'è confronto con il prodotto che esce dalla mani dell'artigiano. Prima c'era uno studio dietro, oggi basta che riparino». E le bandane? «Si vendiamo anche queste, da qualche anno sono diventate di moda in estate, anche quest'anno sono andate molto - ci dice cercando il nostro sguardo d'intesa - sa il cappello è un accessorio che la gente compra se lo vede portato da un personaggio famoso, insomma se fa moda». Un tempo invece non era cosi. Sino agli anni '70 soprattutto le persone di mezza età avevano il cappello per la stagione fredda e per quella estiva. C'erano diversi negozi e ogni sarta aveva la sua modista. «Proprio perché avevano tutti il cappello, al bar, al ristorante c'era rischio di scambiarlo, allora ci chiedevano di stampare le cifre del nome sul marocchino di pelle che lo rivestiva. A teatro poi era d'obbligo, e noi vendevamo il cilindro classico e quello gibus con le molle che si poteva chiudere e riporre in poco spazio». E questo tuffo nella storia ci riporta alle antiche vetrine dove campeggia il nome Quaroni che non corrisponde a quello dei titolari di oggi. «Si è stata una nostra scelta, abbiamo voluto lasciare il nome del signor Augusto già molto conosciuto e a cui noi eravamo affezionati». La cappelleria Quaroni è nota a Pavia anche per i cappelli degli universitari, quella della goliardia con la punta lunga e a forma triangolare, colorati a seconda della facoltà. Sono tutti realizzati a mano e per questo in via di estinzione. «Chi vuole seguire la tradizione viene a comprarlo, c'è chi lo fa quando si iscrive, chi al primo esame, chi invece lo riceve in regalo per la laurea», spiega Elisa Guarnaschelli figlia di Maria Grazia, che rappresenta la terza generazione. «Poi ognuno lo adorna a piacere, oltre alle tradizionali striscette per gli anni e alla frangia per la laurea. E' usato per l'inaugurazione dell'anno accademico, per il carnevale e per tutte le feste della goliardia». Elisa Guarnaschelli continuerà l'attività iniziata dal nonno anche lei contagiata dall'interesse per il cappello e ricorda: «Quando ero piccola dopo la scuola venivo in negozio: mia madre mi ha insegnato a riconoscere i materiali e la qualità della manifattura». L'attaccamento a questa attività è stata riconosciuta dalla Regione Lombardia con il titolo di negozio storico di livello locale. «Non volevo neanche partecipare, sono stati quelli del Comune ad insistere - dice Maria Grazia Pecorara -. Non perchè io non sia riconoscente verso il mio lavoro, anzi. Poi ho pensato a mio padre e ho detto: se lo merita».
Carmen Morrone