C'è una guerriglia non jihadista
LA liberazione di Simona Pari e Simona Torretta fa emergere, e non più sullo sfondo, un attore politico sin qui oscurato. Il gruppo che ha sequestrato le due volontarie italiane appartiene alla fazione nazionalista della guerriglia. Fazione composta da ex militanti del «partito regime» di Saddam ma anche da forze di altro orientamento, laiche e islamonazionaliste.
Una galassia che si oppone con forza alla presenza degli americani e dei loro alleati in Iraq, ma non condivide le modalità di azione e di strategia del terrorismo jihadista. Il modo in cui sono state trattate le due Simone dopo la traumatica accusa di essere delle spie, mostra la volontà di non confondersi con bande di predoni o gruppi terroristi.
Una differenziazione, oscurata fin qui per ragioni politiche e meccanismi mediatici. Schiacciando l'intera guerriglia sulla categoria del terrorismo si legittima la teoria della necessità dell'intervento militare. Nella stessa direzione spingono i media quando privilegiano i video e i messaggi jihadisti. Spettacolari persino nell'orrore e collegabili al nemico numero uno, la centrale terroristica di Al Qaida guidata da Osama Bin Laden.
Debolezza mediatica che i gruppi jihadisti sfruttano sapientemente, amplificando a dismisura l'eco dei loro devastanti rituali. Cosi, i consigli delle tribù e degli Ulema, che hanno mediato nel corso di questo sequestro, si premurano di mettere in chiaro la natura politica del gruppo. Autore di un atto che se non ha conseguito risultati politici rilevanti ha comunque incrementato l'autofinanziamento di cui quella fazione ha bisogno per continuare ad agire.
È di questa componente nazionalista, maggioritaria nell'insieme delle guerriglia e del tutto autoctona, che parla ad esempio la Francia quando pone come condizione alla sua partecipazione alla conferenza multinazionale proposta dagli Stati Uniti la necessità di dialogare con i settori iracheni non jihadisti contrari all'occupazione. Una distinzione che comincia ad essere chiara anche al presidente Usa Bush quando parla di insorti e non solo di terroristi.
Una distinzione che, chiunque vinca il 2 novembre, dovrà essere tenuta presente dall'inquilino della Casa Bianca. L'Iraq, come ammettono gli esponenti più avveduti della stessa amministrazione Bush è ormai fuori controllo politico-militare. Dividere il fronte della guerriglia, ridimensionato dalla componente jihadista, è interesse di tutti. Se non si vuole che il bubbone iracheno continui a propagare l'epidemia del terrorismo.
Forse lo ha capito lo stesso governo italiano e il suo premier Silvio Berlusconi. La gestione della trattativa per le due Simone ha permesso a Roma di comprendere come la realtà irachena sia assai più complessa di quella rappresentata sin qui ideologicamente. Un bagno di realismo, fortunatamente finito bene, dal quale trarre qualche insegnamento per il futuro.
Al di là del felice esito della vicenda ostaggi i problemi politici dell'Iraq restano tutti insoluti. Nell'attuale quadro politico militare le elezioni previste per gennaio rischiano di trasformarsi in un fallimento. Con il triangolo sunnita fuorigioco e parte del mondo sciita, guidato da Moqtada Al Sadr, schierato per il boicottaggio, la transizione immaginata scivola verso la deriva. A quel punto occorrerà pensare a una soluzione politica che non ignori alcune delle forze in campo.