LA QUESTIONE DELLE DONNE
Gli americani fanno sapere che le dottoresse «Antrace» e «Germe», non saranno rilasciate «immediatamente». Una decisione scontata dopo le tragiche decapitazioni degli ostaggi Armstrong e Hensey. Ma a Zarqawi, che ha macellato di persona i sequestrati, poco importa la sorte delle scienziate di Saddam. Ancora una volta nei comunicati che accompagnano i terrificanti video dell'orrore messi in rete, il leader jihadista chiede la liberazione delle donne detenute e fa riferimento al loro onore. Ma si riferisce a quello di donne sconosciute, scomparse nel violento «dopoguerra» iracheno.
Donne che paiono svanite nel nulla dopo incursioni notturne delle forze della coalizione o della nuova polizia di Baghdad. Donne, pare, rinchiuse, senza diritti e perciò prive di protezione. Ieri a Abu Ghraib. Oggi in meno note ma simili gallerie dell'orrore. Nessuno sa quante siano. Ma secondo Amnesty International il loro numero è cresciuto con la radicalizzazione del conflitto. Sarebbero detenute per scontare quello che, con triste eufemismo, viene definito un «reato parentale». Ovvero per ottenere informazioni sui parenti: mariti, fratelli, figli, sospettati, a ragione o torto, di simpatizzare o militare per la guerriglia. Una prassi, quella delle confessioni familiari, autentiche o meno, assai in voga ai tempi di Saddam; ma che turba in un paese che si vorrebbe avviare sulla strada dello stato di diritto e della democrazia.
Una realtà non ignota anche al governo italiano che dopo un messaggio in rete che legava la liberazione di Simona Pari e Simon Torretta a quella delle detenute in Iraq, faceva riferimento alla necessità di liberare le «persone ingiustamente detenute» in quel paese. Ipotesi subito bollata come inaccettabile dal governo Allawi e ora frenata anche dagli americani.
La questione delle donne, oggi impugnata strumentalmente da Zarkawi, rischia di diventare esplosiva. Anche in Iraq, come in altri paesi islamici l'onore della comunità e quello familiare sono legati alla copertura del corpo femminile e alla sua separazione dagli estranei. Donne che nelle prigioni sono in balia di sconosciuti, che possono violare il loro corpo o semplicemente la loro intimità, sono considerate perdute dalla comunità e dalla famiglia. Le più giovani non sono più maritabili. In una realtà in cui il matrimonio permette di accumulare risorse e allargare le relazioni claniche, ciò genera un'ansia sociale diffusa. Al di là del loro numero, nel destino delle imprigionate gli iracheni vedono cosi il riflesso di quanto potrebbe accadere a ciascuno delle loro famiglie se la guerra, come sta avvenendo, divenisse campo di una mobilitazione totale.
Facendosi protettore delle musulmane nei confronti di soldati «infedeli» e poliziotti «apostati», Zarkawi innesta la sua devastante strategia del terrore sul sentire comune. In tal modo il leader jihadista cerca di allargare il suo consenso. La comunità internazionale dovrebbe premere sulla coalizione per spuntare dalle mani del terrorismo almeno l'arma tagliente de «l'onore violato». Togliendo ai terroristi almeno il paravento della difesa dei diritti e delle donne. Se vi sono detenuti imprigionati ingiustamente dovrebbero esser rilasciati. Questo non impedirebbe a Zarkawi di continuare a decapitare ma mostrerebbe agli iracheni che l'arbitrio di Abu Ghraib è finito.
Se si vuole esportare la democrazia la prima cosa da esportare sono i diritti, non certo i plebisciti elettorali.