All'orrore del fanatismo omicida non si risponde con la guerra


Da dove viene questo orrore? L'orrore di Beslan, della strage di bambini. L'orrore dell'11 settembre. Dell'11 marzo di Madrid. L'orrore dei kamikaze che trascinano nel proprio abisso gli inermi passeggeri di un autobus, gli avventori di un bar. Da dove viene? Bisogna subito dire che qualunque sia la risposta nulla può nemmeno in minima parte mitigare la responsabilità di chi ha deciso di produrlo, questo orrore. Non c'è disperazione, non c'è dolore, e tanto meno odio indotto, che possano ridurre quella responsabilità.
E dunque, per enorme che sia il peso della tragedia storica che grava sulle vite e sulle coscienze dei membri del commando ceceno di Beslan esso diventa lieve come una piuma e, per cosi dire, 'fuori tema" di fronte alla nuova tragedia provocata, a quei bambini terrorizzati, in fuga nudi e sanguinanti, o stesi nel rigore della morte. E' da questa ripulsa radicale, assoluta, che scaturiscono le domande ulteriori, la ricerca delle cause. Domande che nascono dall'orrore, appunto, dalla necessità di capirlo, dalla volontà di combatterlo.
Da dove viene, dunque? Viene da un doppio corto circuito. Dal corto circuito della coscienza, che diventa cieca e fredda di fronte alla necessità di mettere a ogni costo in luce agli occhi del mondo le proprie ragioni e le proprie tragedie. E dal corto circuito della politica, che letteralmente cancella se stessa di fronte alla possibilità di ricorrere a mezzi - apparentemente - più sbrigativi e risolutivi per sciogliere contraddizioni, per chiudere questioni, per reagire ad attacchi. Dopo l'11 settembre gli Stati Uniti avevano il diritto - e il dovere - di reagire, anche con la forza, contro i terroristi. Ma non hanno scelto la forza, hanno scelto la guerra. Non hanno preso la mira, e le misure, contro i terroristi: hanno sparato nel mucchio, e perso razionalità.
Quanto a Putin, ha tutto il diritto - e il dovere - di proteggere il suo popolo dagli attacchi dei terroristi ceceni. Ma qualcuno gli dovrebbe ricordare che a chiudere un intero popolo in un vicolo cieco, radendo al suolo le sue città e la sua dignità, forse si guadagnano voti alle elezioni, ma non si costruisce niente, non si toglie spazio ai fondamentalisti. Lo si allarga a dismisura, e prima che nella realtà nell'immaginazione e nel cuore degli umiliati e offesi. In effetti, però, non è solo dalle guerre sbagliate dell'Occidente o dalla protervia colonialista della Russia di Eltsin e di Putin che ha tratto alimento in questi anni il fondamentalismo suicida e terrorista.
Prima c'è stata l'indifferenza del mondo di fronte alla pulizia etnica in Bosnia, al massacro dei musulmani. Chi è stato a Sarajevo negli anni dell'assedio ha visto come crescesse di mese in mese il richiamo del fondamentalismo. Cosi come, nell'Afghanistan occupato dall'Urss, il fondamentalismo, tra le cui correnti sono infine prevalsi i Taliban, è stato non solo una forza locale ma un agente finanziato e sostenuto in chiave antisovietica dall'Occidente. Ogni volta, insomma, che si lascia qualcuno nell'abbandono della sofferenza o, viceversa, che si usa questa disperazione fino a esaltarla, si aizza la belva. E quando essa attacca indiscriminatamente, o ci si rivolta contro addirittura, rispondere con la logica della guerra, e non della forza intelligente (cioè con la politica non disarmata ma ben salda in se stessa), è un errore fatale. La belva si moltiplica. Il terrore arriva ovunque, e l'orrore supera ogni limite. Cambiare strada è oggi più difficile, dopo quello che abbiamo visto a Beslan. Eppure non ci sono scorciatoie: occorre decostruire la logica della guerra e della prepotenza, e restituire alla forza legittima e alla politica armata di questa forza il compito di combattere il terrorismo, isolandolo, unendo tutti quelli che, in ogni parte del mondo, qualunque sia la fede o l'ideologia che professano, provano pietà per quei bambini, per tutte le vittime, che non ne possono più di questo orrore e del mondo che lo produce.

Gianfranco Bettin