Quel rapimento tra ombre e accuse


ROMA. Dubbi, che in una vicenda come questa non dovrebbero esistere. Silenzi limacciosi, che ricordano i depistamenti e le omertà dei peggiori misteri d'Italia. Accuse non ancora gridate, perché la vicenda ha ancora troppe ombre, controbattute da smentite ma non da risposte. Contraddizioni difficilmente comprensibili. Versioni poi smentite e cambiate. La morte di Enzo Baldoni, il giornalista free-lance che cercava in Iraq risposte alla violenza assurda che insanguina un dopoguerra più tragico della guerra, e nello stesso tempo portava il suo aiuto alla popolazione sottoposta a continui massacri, ha molti lati oscuri. Troppi. Anche sulla missione della Croce Rossa, non autorizzata.
C'era stato uno scontro tra i vertici della Croce Rossa e il capo della missione, il quale non voleva rinunciare. Lo racconta, nel suo «Blog», lo stesso Baldoni. La colonna parte lo stesso, ma senza le insegne della Croce rossa. Due bandiere le metterà nello zaino lo stesso giornalista, assieme ad un manico di scopa. All'altezza di Mahmudiyah, poco fuori Baghdad, il convoglio incappa in una mina, ma nessuno si ferma, la missione prosegue. La versione della Cri sarà: «Abbiamo saputo che erano partiti solo dopo lo scoppio della mina».
La missione di Najaf.Secondo Scelli, commissario straordinario della Croce Rossa, la colonna non ha mai raggiunto Najaf. Lo smentisce il direttore del «Diario» Enrico Deaglio. La missione entra a Najaf, e arriva nella zona degli scontri, dove viene fermata. È lo stesso Baldoni che l'aiuta a uscire dall'imbuto, precedendo il corteo e sventolando la bandiera bianca della Croce Rossa. Quella presa prima della partenza, assieme al manico di scopa. Parola dell'inviato della Rai Pino Scaccia e della giornalista britannica Helen Williams.
Il sequestro.All'inizio tutte le versioni concordavano sul fatto che Baldoni e Ghareb, rimasti a Kufa, fossero partiti da soli un paio d'ore dopo, e che non si sapesse dove fossero diretti. Oggi Deaglio, sul «Diario», rivela un'altra versione: l'auto di Baldoni e Ghareb si sarebbe trovata in cima o in coda alla colonna, quando sarebbe incappata, sempre a Mahmudiyah, in un'altra mina. La colonna prosegue, riuscendo a vedere solo Ghareb accasciato sul volante e Baldoni che usciva dall'auto. Terza, versione: l'auto del giornalista si trovava in un secondo spezzone della colonna ripartito da Kufa in ritardo.
Le trattative.Fino a due ore prima dell'annuncio della morte, alla scadenza dell'ultimatum, tutti erano ottimisti. Sia il governo che Scelli parlavano di contatti «ad altissimo livello», di una proroga. Ora i nostri 007 dicono: «È intervenuto un fatto imprevedibile». E Scelli: «Ha vinto l'ala dura».
La morte.Al Jazeera non ha mandato le immagini in onda, ma ne ha descritte le fasi. Colluttazione, sparo, coltellate. Poi, ieri, lo stesso ministro Frattini rivela che è tutto falso. C'è solo una sequenza fotografica che ritrae il corpo di Baldoni insanguinato e semisepolto dalla sabbia. Quando è successo? Anche il video del sequestro sarebbe un falso.
Gli assassini.Governo ed esperti presentano «L'esercito islamico» come affiliato ad Al Qaida, un gruppo misto di servizi segreti sunniti di Saddam e estremisti sciiti. In realtà, nelle loro precedenti operazioni, non hanno mai fatto riferimento ad Al Qaida.
Uccisi due ostaggi turchi.Sono stati trovati a Baiji, nell'Iraq settentrionale, i cadaveri di due ostaggi turchi: lo ha riferito l'emittente tv al-Jazira, precisando che i due sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco. l'emittente satellitare araba dice che «i cadaveri dei due ostaggi turchi, giustiziati con armi da fuoco, sono stati trovati a Baiji», una città della regione sunnita.

Andrea Santini