La Lega attacca alleati e Consulta
ROMA. La legge Bossi-Fini sull'immigrazione si è trasformata nell'ennesimo fronte aperto all'interno della maggioranza. Mentre il centrosinistra si schiera con la proposta avanzata dal ministro dell'Interno Beppe Pisanu di fare il «tagliando» alla legge (e Rifondazione e Pdci chiedono semplicemente di abrogarla), la Lega torna a minacciare gli alleati. E ad attaccare la Consulta. «Nessuno si sogni di usare le sentenze della Corte per ribaltare la Bossi-Fini», avverte infatti Calderoli.
Quelle sentenze, sostiene il ministro per le Riforme, sono state «una lettura politica della Consulta che ha una visione sinistrorsa». Al contrario, aggiunge poi l'esponente leghista, la legge deve essere applicata interamente, anche li dove «prevede l'utilizzo della forza». E un altro dei colonnelli del Carroccio, il capogruppo al Senato Francesco Moro, richiama Berlusconi: deve essere lui a farsi garante. Perché «non so se Buttiglione e Pisanu sono li per mettere carne al fuoco o per far andare in fibrillazione la coalizione».
Contraria a toccare la legge anche An, ma l'Udc non è affatto d'accordo. La Lega, accusa il senatore Maurizio Ronconi, continua ad avere un «approccio ideologico» che non può essere condiviso. «La legge invece va rivista». E le modifiche, secondo i centristi, dovrebbero accogliere da una parte i rilievi della Corte costituzionale e dall'altra rivedere le quote d'ingresso «che non corrispondono assolutamente ai bisogni e alle richieste del Paese». Nella lite Forza Italia non si sbilancia e Sandro Bondi si limita a dire che quella di Pisanu era una proposta «di buon senso».
Il centrosinistra accusa cosi il governo di essere nella paralisi e nel caos sul delicato terreno dell'immigrazione. Secondo la diessina Livia Turco, il governo dovrà in ogni caso varare presto un decreto, perché le norme sulle espulsioni previste dalla Bossi Fini «sono inefficaci e incostituzionali». Ma accanto a questo, ci sono le norme restrittive sul lavoro, che non solo sono lesive dei diritti degli immigrati, ma hanno aumentato anche i costi per le imprese. Per la Turco, Pisanu ha ad esempio preso atto «dell'assurdità, sia dal punto di vista economico che da quello umano, dell'obbligo previsto nella Bossi-Fini a rinnovare ogni anno il permesso di soggiorno».
E nel mirino del partito favorevole a cambiare la legge ci sono ovviamente anche le famose quote d'ingresso. Se ne lamentano gli stessi industriali e la Turco denuncia che sono «largamente insufficienti rispetto al fabbisogno di manodopera: 30mila contro 150mila». Significa provocare «un grave danno alle imprese e alle famiglie» e oltretutto, aggiunge l'esponente Ds, sono «inadeguate» per mantenere gli accordi bilaterali con i paesi di provenienza. D'accordo si dice anche padre Bruno Mioli, della Fondazione Cei Migrantes. E il rappresentante vaticano, in generale scettico sulla «rigidità» della Bossi-Fini, avverte: se non si aprono varchi a chi cerca lavoro per sfuggire alla disperazione, «non possiamo pensare di eliminare l'immigrazione clandestina».