Doping, accuse pesanti agli Usa

ATENE. L'accusa è grave e ad alzare la voce è un personaggio di quelli che non si mettono in discussione. La «Usa Track and field, la federazione di atletica statunitense, invita i suoi atleti a flirtare col doping. Sicuramente è uno degli organismi che stanno facendo meno per chiarire i dubbi sorti con tutte le cose che stanno venendo fuori». Parole pesanti del presidente dell'agenzia mondiale antidoping (Wada), Dick Pound, affermazioni che dimostrano che (finalmente) quelche cosa sta cambiando.
È un fuoco d'artificio, Pound. Ne ha per tutti, a 360 gradi. Intanto c'è dà l'annuncio che alle Olimpiadi i controlli si faranno sull'ormone della crescita («il test è pronto»), oltre che sul sangue e quelli tradizionali sulle urine. Poi il duro attacco alla federazione di atletica Usa e un avviso a Marion Jones. Ma ce ne è anche per Kenteris, oro a Sydney nei 200, quello che dovrebbe essere stasera l'ultimo tedoforo («non è stato ancora testato, ma se decideremo di controllarlo, rischia grosso se non si fa trovare all'indirizzo che ci ha fornito»). E poi il capitolo calcio, con la Fifa che ha aderito al protocollo del Cio, sfuggendo alla minaccia di una cacciata dai Giochi. I punti da chiarire però rimangono: «pene uguali per tutti gli sport? diciamo che dipende dalle circostanze...».
Intanto la Wada ha installato un punto-informazioni nel villaggio olimpico «in cui vengono in tanti a farci domande - rivela Pound - e noi ci rendiamo conto che molti atleti credono di sapere tutto sul doping e poi inciampano al primo ostacolo». Ma avverte: non è un'attenuante, saranno le Olimpiadi della tolleranza zero.
«Dobbiamo farlo - spiega il capo della Wada - per un fatto di etica e perchè ci sono troppe persone la cui vita è stata rovinata dall'uso del doping. Prendiamo il caso Tgh, l'ormone sintetico della crescita, creato in laboratorio: c'è gente che lo ha preso non sapendo neppure quali effetti collaterali provocasse, e questo è molto pericoloso. Gli atleti non sono cavie per esperimenti».
Il sogno di Pound sarebbe di avere le mani più libere («se dipendesse solo da noi regaleremmo al mondo qualche sorpresa in più»), intanto cerca di svolgere il suo lavoro con rigore, e senza fare sconti, «anche se qui ad Atene deve pensarci il Cio». Conosce l'arte della diplomazia, ma non ha peli sulla lingua, ecco perchè lancia un duro atto d'accusa contro la federazione di atletica statunitense: «Il problema è nato per la tolleranza che ‘Usa track and field', la federatletica americana, ha sempre praticato in materia - dice Pound -. Ma finchè vengono inviati messaggi del genere, e c'è indulgenza per chi gioca sporco, si tratta di un chiaro invito a doparsi. I dirigenti di questa federazione sono i diretti responsabili della situazione, ma è tempo che guardino attentamente a ciò che succede in casa loro».
Anche Marion Jones non può prendere le cose alla leggera: «finora non è mai stata messa formalmente sotto accusa - dice Pound - e se dice la verità non ci saranno problemi. Se invece verrà fuori che non è cosi, sarà una vergogna e lei andrà a cacciarsi in un vicolo cieco. Se io fossi il suo avvocato cercherei di convincere l'agenzia del doping Usa che il caso non esiste, ma vi ricordo che è possibile togliere medaglie vinte fino a otto anni addietro».
C'è perfino una considerazione sulla Juventus, fatta da Pound specificando che si tratta solo di un'opinione personale, in risposta a una domanda: «in Italia la Juventus è a giudizio per somministrazione di farmaci ai suoi giocatori in un certo periodo. Se alla fine del processo ci fosse un verdetto di condanna, sarebbe un messaggio forte intervenire sui titoli assegnati in quelle stagioni. Un esempio di correttezza».