«Glielo avevamo detto: scorda quella donna»


CANNETO PAVESE. «Lascia perdere, dimenticala. Quanto volte glielo abbiamo detto...». I parenti di Domenico Potito Smaldore sono annichiliti dalla tragedia che li ha colpiti. L'anziana madre non riesce a dire una parola, riesce solo a piangere e a stringere fra le mani la fototessera del figlio che poche ore prima si è tolto la vita con un colpo di pistola alla testa dopo che martedi a Piacenza aveva ucciso il convivente della ex moglie. Piange e chiede aiuto alla nuora.
Qui, a Beria frazione di Canneto Pavese, Domenico Potito Smaldore ha vissuto gli ultimi tre tormentati mesi della sua vita. Si, tormentati: perché all'ex moglie, come racconta con le lacrime agli occhi la cognata, non aveva smesso di pensare.
«Ma nulla lasciava presagire una tragedia di questa portata - precisa Roberta Ardenti, sposata con uno dei fratelli di Domenico -: certo, a volta appariva un po' inquieto ma credo sia assolutamente normale esserlo dopo una separazione. Guardi, in queste ore sono state dette tante cose di lui, molte non vere. Più semplicemente Domenico era una persona normalissima, assolutamente non violenta. Davvero non sappiamo cosa possa essere accaduto, cosa sia avvenuto dentro di lui in questi maledetti giorni». Mentre la cognata cerca di capire quel che è successo, l'anziana madre piange in silenzio mentre guarda le foto del figlio. Sul letto ce ne sono tante, come se le immagini di Domenico felice riuscissero in qualche modo a preservare dall'orrore di queste ultime due giornate. A un certo punto l'anziana donna si alza in piedi e dice alla nuora: «Ti prego, non lasciarmi».
Lei, Roberta Ardenti, non la lascia: si vede che è forte, forte al punto da consolare gli anziani genitori di Domenico. Nella casa di via Beria, a Canneto Pavese, ci sono soltanto loro, gli anziani genitori, Rosa Maria Carmine e Pasquale Smaldore, e lei, Roberta. Due fratelli si sono precipitati a Genova per il riconoscimento del cadavere. «Gli dicevamo: 'Lascia perdere, vivi e lascia vivere". Questo ripetevamo a Domenico, che ogni tanto si chiudeva in se stesso. Soffriva per come era finita con la moglie, ma il suo dolore appariva normale e comprensibile. Mai saremmo andati ad immaginare una tragedia come questa. Quando pensava alla moglie si agitava, si incupiva. Ma ditemi voi cosa c'è di strano in questo». Domenico Smaldore aveva tre fratelli - Francesco, Antonio, Carmelo - e una sorella, Anna. «Con Francesco si confidava - racconta ancora la cognata -, si apriva. Siamo senza parole, mai avremmo pensato che potesse capitare una cosa del genere. Perché Domenico non è mai stato un violento e infatti era anche incensurato».
Domenico Potito Smaldore aveva due grandi passioni: il lavoro e le armi da fuoco. «Gli piaceva tanto fare l'autotrasportatore - conclude la cognata - e gli piacevano i camion. Lavorava per una ditta di Borgonovo, credo trasportasse ghiaia. Usciva la mattina e tornava la sera. In passato ha anche fatto il camonista di Tir, andava su e giù dalla Francia, e stava via più tempo. E poi, come tanti in questa zona, era un cacciatore e si divertiva ad andare al poligono per tirare al piattello».
Rientra il padre di Domenico, ha lo sguardo smarrito di chi non vuole credere a quel che è successo. Per qualche istante rimane in piedi nell'ingresso, poi va via di nuovo, senza dire una parola.
Rimangono solo le donne, adesso: piangono entrambe, come se soltanto le lacrime potessero fare da commento alle ultime ore di Domenico Potito Smaldore.

Pier Angelo Vincenzi