Allawi vuole chiudere il conto ma ora è l'Iran a fare paura


A Najaf si prepara la battaglia finale. Gli americani sembrano ormai decisi alla resa dei conti con Moqtada al Sadr, che ha invitato i miliziani sciiti a lui fedeli a combattere anche dopo la sua morte o la sua eventuale cattura. La possibilità di uno scontro all'ultimo sangue, magari con Sadr che cerca il «martirio» nel Mausoleo di Ali, manda in fibrillazione il mondo sciita. Non solo quello iracheno, ma anche quelli iraniano e libanese.
Consapevole della gravità del momento, il vice presidente del governo iracheno Ibrahim al Jafari, leader del partito islamico moderato sciita Dawa, invita gli americani a ritirarsi dalla città e lasciare che sia il governo iracheno a risolvere la faccenda. Ma è lo stesso premier Allawi, anch'egli sciita, che preme per lo showdown finale. Il premier del governo provvisorio non vuole centri di potere concorrenti.
Ora che il fallimento del «modello Falluja» e del «modello Najaf» voluto dagli americani è evidente, il premier punta a togliere dalla scena almeno Sadr. Il leader radicale ha rifiutato la proposta di costituzionalizzare il suo movimento lanciata dal premier, e questi, non senza una malcelata soddisfazione, può ora invocare la linea dura. A sua volta Sadr, come dimostrano gli slogan delle manifestazioni di piazza a suo sostegno ieri a Nassiriya, non vuole alcuna intesa con Allawi, accusato di essere un «agente degli americani».
La battaglia di Najaf è destinata a influire anche sui già tesi rapporti tra Baghdad e Teheran. Il ministro della Difesa, il sunnita Hazem Sha'alan, ha accusato l'Iran di essere il «primo nemico» del nuovo Iraq. E ha ribadito le accuse secondo cui i miliziani del Mahdi avrebbero in dotazione armi iraniane di recente fabbricazione. A sua volta Teheran ha lanciato un duro ammonimento a Baghdad, invitandola a non muoversi in continuità con la politica estera di Saddam Hussein. A Teheran il rapimento del console di Kerbala, seguito dall'arresto di alcuni giornalisti iraniani, è stato percepito come un avvertimento a ridimensionare il proprio ruolo nell'area.
Le sorti di Najaf potrebbero decidere gli sviluppi della politica iraniana nei confronti dell'instabile vicino. Se la città santa fosse colpita duramente, la mobilitazione contro il ritrovato «Satana americano», rafforzerebbe la linea dei radicali, sin qui messa in ombra da quella di Rafsanjani. Una linea, quella dell'ex-presidente, fondata su principi della realpolitik e su un preciso scambio politico: non offrire un vero appoggio a Sadr in cambio della rinuncia Usa a qualsiasi ipotesi di cambio di regime a Teheran.
Ma il precipitare della crisi, come dimostra il violento attacco agli Usa della Guida Ali Khamenei, secondo il quale i musulmani di tutto il mondo non potranno mai perdonare le 'atrocità" americane a Najaf, potrebbe mettere in discussione questa linea pragmatica, complicando il già difficile equilibrio politico e militare nell'area.

Renzo Guolo