Baghdad nuova Saigon, gli americani ormai lo ammettono


Andrea Visconti
NEW YORK.I violenti scontri a Najaf sono avvenuti in chiusura di una settimana drammatica in Iraq, tanto che ancora una volta gli americani si domandano se l'Iraq sia diventato un nuovo Vietnam. Non è una domanda retorica su una guerra dalla quale gli Usa faticheranno a uscire. A livello pratico Baghdad è già diventata l'equivalente di Saigon. Nella capitale irachena c'è un quadro di comando americano composto da personaggi che vissero in prima persona la guerra in Vietnam con ruoli di spicco a Saigon.
Sono l'ambasciatore John Negroponte, il suo vice James Jeffrey, il capo degli affari politico-militari Ronald Neumann e il responsabile dell'ufficio per la ricostruzione William Taylor. Uno sguardo ai loro curriculum vitae rivela che senza dare troppo nell'occhio George Bush ha messo in mano a quattro esperti di Vietnam il futuro dell'Iraq.
All'inizio degli anni '60 Negroponte si trasferi nella capitale vietnamita in qualità di esperto di questioni relative all'assemblea costituente. Guarda caso che a gennaio, se tutto andrà come spera Washington, gli iracheni andranno alle urne per votare un'assemblea nazionale che avrà il compito di stilare una nuova costituzione. Negroponte, che parla il vietnamita, ha portato a Baghdad l'esperienza di quarant'anni fa nel sud-est asiatico. Jeffrey all'inizio degli anni '70 era a Saigon a capo di un plotone con la responsabilità di dare consulenza militare a forze speciali vietnamite. «Da oltre trent'anni sono impegnato per far si che le azioni diplomatiche e le opzioni militari siano equilibrate, coordinate e si completino a vicenda», aveva detto Jeffrey in Senato nel 2002 prima di venire confermato ambasciatore in Albania.
Neumann alla fine degli anni '60 era un ufficiale di fanteria che si distinse in Vietnam tanto da venire insignito della Stella di Bronzo al valore.
Taylor si laureò all'accademia di West Point e subito dopo fu mandato in Vietnam con la 101° divisione aerotrasportata. Ora in veste di responsabile a Baghdad dell'ufficio per la ricostruzione ha il compito di distribuire 18,4 miliardi di dollari in aiuti Usa all'Iraq. «La sindrome del Vietnam influenza eccome le nostre scelte politiche in Iraq», ha detto il segretario di stato Colin Powell precisando però che non si tratta di una sindrome, quasi fosse una malattia mentale. «Il Vietnam fu l'evento militare che più di qualsiasi altro defini la nostra vita e le nostre carriere. Ci ha insegnato che è necessario avere obiettivi chiari, sapere quello che stiamo facendo e avere la certezza di cosa vogliamo ottenere». A fare un parallelo col Vietnam è anche il generale Anthony Zinni. «Vincere le battaglie non basta», dice l'ex capo del Comando Centrale a Baghdad. «In Vietnam sapevamo vincere su qualunque terreno ma non era bastato. Anche in Iraq dobbiamo portare sicurezza e protezione sia alla popolazione che alle infrastrutture».

dal corrispondente