«K2, un'esperienza indimenticabile»
MORTARA. Il fascino del K2 ha colpito al cuore i tre alpinisti tornati pochi giorni fa dal viaggio che li ha portati da Islamabad fino ai 5100 metri del Campo Concordia, all'interno di un programma di trekking organizzato dal Cai nazionale in occasione del 50º della spedizione italiana che nel 1954 raggiunse la vetta della seconda montagna più alta del mondo. I tre protagonisti di questa piccola impresa si sono cosi ritrovati faccia a faccia al campo base con i tre scalatori italiani che pochi giorni fa, in concomitanza con il primo giorno della loro discesa, hanno scalato di nuovo il K2. «E' stata un'esperienza indimenticabile, che mi ha dato calma e serenità, e che mi ha riempito l'anima - commenta Luigi Bedino, 61 anni, al rientro dal Pakistan - il K2 è una montagna forse ancora più affascinante dell'Everest per la sua conformazione particolare, con nevai maestosi e dimensioni incredibili».
«Il suo volume è pari ad 86 volte quello del Cervino, e tutte le distanze sono in proporzione - prosegue Bedino -. Abbiamo percorso 120 km camminando sempre sui 300 metri di profondità del ghiacciaio del Baltoro, coperto pietrisco, sotto cui scorre un fiume. Ti accorgevi della presenza del ghiaccio solo quando cadevi e scivolavi».
Anche Vittorio Bianchi, di Cergnago, conferma di aver vissuto un'esperienza unica: «Abbiamo camminato in vallate immense, circondati da monti di 7mila metri, in un universo che sembra lontanissimo per la sua maestosità, la sua immensità - spiega Bianchi, 65 anni - per me compiere questo cammino durato molti giorni è stato come essere arrivati in vetta insieme alla spedizione. L'organizzazione del Cai è stata perfetta, con tempi adatti per evitare i problemi di acclimatamento, anche se affrontare queste zone resta sempre una grande avventura». I tre mortaresi facevano parte di un gruppo di 30 appassionati, di cui anche un pavese: due di loro si sono fermati prima del primo campo base, a causa di problemi fisici, ed hanno preferito tornare a valle, su consiglio del medico. «Ciascuno di noi ha avuto un momento di crisi - conferma Bedino - oltre alla dissenteria dovuta alle difficili condizioni igieniche che ha colpito tutti, sono stato preso dall'ansia, ed ho pensato davvero di dover tornare indietro, ma il medico mi ha aiutato e sono arrivato in fondo, visitando anche il memoriale in cui si ricordano tutte le vittime del K2. Tra di esse anche l'italiano Casarotto, morto nell '86, le cui gambe sono state ritrovate durante la nostra permanenza. Il viaggio, pur in condizioni di sicurezza, è stato una sfida: ti rendi conto di essere solo contro la montagna».
Dopo la pausa estiva i tre presenteranno il racconto della loro impresa agli altri soci del Cai. Intanto si preparano ad altri viaggi, e mentre Bianchi l'anno prossimo pensa di andare in Mongolia, venerdi partirà per il K2 anche un altro appassionato di Cilavegna.
Simona Marchetti