LA DIFFICILE MISSIONE DEL NUOVO JFK
Nella politica americana è tradizione che quando c'è da scegliere il presidente i due maggiori partiti convergano verso il centro, per conquistare i voti del ceto medio e per proiettare nel mondo un'immagine rassicurante. Stavolta non va cosi. La Convention democratica di Boston e i suoi maggiori protagonisti sono apparsi molto diversi, talvolta opposti, rispetto ai repubblicani. Ciò avviene per due fattori. In primo luogo Kerry ed Edwards, pur lasciando nei loro discorsi molte zone d'ombra sopraTutto in politica estera, sono stati quanto mai radicali nell'opposizione al bushismo. E il bushismo, dal canto proprio, è diventato sempre più un'ideologia usata dai newcon, i nuovi conservatori, nei fatti una destra religiosa e integralista. Difficilmente Bush potrà indossare panni diversi, più moderati, in campagna elettorale. Il presidente attuale è ostaggio della classe dirigente che lui stesso ha contribuito a formare. Anche se il nuovo JFK punterà molto in campagna elettorale sul tema della sicurezza dal terrorismo è verosimile che, a differenza di Bush, scelga di combattere questa battaglia d'accordo con gli alleati europei e non contro di loro. Aumenterà le spese militari, certo, ma riversando un'immagine dell'America ben diversa da quella attuale. La grande attrice Glenn Close ha riassunto bene questo capitolo ancora molto indefinito affermando: «Vogliamo tornare a vivere in un Paese che il mondo guardi come simbolo di libertà e giustizia».
Per quanto riguarda la politica interna, John Kerry vuole liberare Washington dal peso delle oligarchie economiche di cui l'attuale presidente è espressione e rigenerare invece il ruolo di una middle class che si sente oggi smarrita e impoverita. Non tanto riduzione delle tasse come propellente per lo sviluppo, ma una redistribuzione dei redditi che fornisca alla società civile un maggiore «spending power», diventando autentico ed equo propellente per un nuovo ciclo virtuoso dell'economia Usa. Quanto allo spaventoso deficit pubblico, Kerry non intende fronteggiarlo con i tagli al welfare già compiuti o promessi da Bush, ma con un sistema sociale nel quale ognuno viva con maggiori certezze per sè e per le generazioni a venire.
Ma il compito più difficile che attende Kerry, se davvero vincerà le elezioni come dicono fin qui gran parte dei sondaggi, sarà quello di «laicizzare» la politica americana nel mondo e all'interno del paese. L'attuale governo, come si diceva, ha impresso forti timbri ideologici se non religiosi su molte scelte. Cosi la teoria della «guerra preventiva». Cosi la questione dell'aborto. Molto ci sarà da ricostruire. Kerry il cattolico, Kerry il veterano di guerra, sarà capace di farlo?