«Io tra Bossi e Castellazzi»

PAVIA. «Umberto Bossi non si fidava politicamente di Franco Castellazzi e mi telefonava anche due o tre volte al giorno per chiedermi come il segretario provinciale guidava l'azione della Lega Lombarda in provincia. Io non ero tenero con Castellazzi ed ero contento di riferire al Senatur, che mi dava fiducia». Ecco la rottura Bossi-Castellazzi nell'inedito amarcord di Livio Verderio, consigliere comunale dall'88 al 2000. Un amarcord, quello di Verderio, condito di ambizioni che non tramontano: «Noi con la Lega Padana Lombarda siamo ancora qui, e restiamo quelli dell'88».
Tutto nasce, giorni fa, dalla confessione a sorpresa di Antonella Ferrari, rimasta vedova tre anni fa di Castellazzi, numero due della Lega Nord '90- '92. Riordinando gli scritti del marito nella casa di Redavalle, ha manifestato il desiderio che Umberto Bossi «dica finalmente la verità», cioè «ammetta dopo tredici anni che fu Castellazzi ad uscire volontariamente dalla Lega e non il Capo ad espellerlo dal movimento». Finora da Bossi nessuna reazione. Possibile che il Grande Capo abbia tempo (e salute) per queste cose? La Ferrari ci crede: «Non faccio politica, mi rivolgo all'uomo Bossi che vive un momento particolare».
Livio Verderio, ci racconta la sua versione dello scontro Bossi-Castellazzi dell'ottobre 1991?
«Su una cosa Antonella Ferrari ha ragione: fu uno scontro politico su due modi di intendere la Lega. Su quasi tutto il resto, la vedova Castellazzi non ricostruisce correttamente. Apprezzo comunque il suo intento: ottenere chiarezza da Bossi. La Lega fa i conti ancora oggi per lo scontro Bossi-Castellazzi».
Andiamo con ordine. Quando aderi lei al movimento leghista?
«Alla fine del 1986. Avevo visto un numero di 'Lombardia Autonomista" ed ero rimasto conquistato da quei temi nuovi».
Quando conobbe Bossi?
«A un incontro da lui organizzato a Pavia. C'erano quattro o cinque persone, una ero io. Bisognava prepararci per le future scadenze elettorali per Comune e Provincia. Bossi incaricò me di preparare materialmente le liste per le elezioni comunali di Pavia e provinciali dell'88. Avevo autonomia operativa, avevo anche la firma sul conto corrente. Fu la prima vittoria: al Comune di Pavia venimmo eletti Castellazzi ed io, in Provincia Castellazzi e Carlo Pisati. Prendemmo il 6,4% a Pavia e l'8,6 in Provincia».
Lei e Castellazzi vi ritrovaste cosi a lavorare gomito a gomito per fare grande Alberto da Giussano.
«Un momento. Prima ci fu la questione della costituzione della Lega Lombarda in movimento, davanti a un notaio a Varese, a fine '88. Firmammo in cento o giù di li, una decina da Pavia e provincia. Era il primo partito che nasceva dal notaio. Le riunioni preparatorie si erano tenute a Milano a casa del simpatizzante Pegreffi a partire dalla fine dell'87. Sa quanti eravamo da Pegreffi? Dodici o tredici, con Bossi. E c'ero anche io. Bossi questo se l'è poi ricordato nel 1991».
Torniamo a bomba?
«Dopo la vittoria dell'88 la cena di festeggiamento la facciamo proprio al ristorante della Becca (che non era ancora mio), nell'estate. Tra i brindisi e i cori autonomisti, però, scopriamo qualcosa che non va. Che di pavesi, nel nocciolo duro che di li a pochi mesi avrebbe costituito dal notaio la Lega Lombarda, non ce n'era manco uno».
Possibile?
«Telefonai a Bossi: perchè non figura il nostro leader Castellazzi? Bossi mi mandò ruvidamente a quel paese, alla sua maniera. Poi, come usava fare sempre, mi telefonò alle quattro del mattino: ''Sta cosa la mettiamo a posto!". E Castellazzi ebbe quello che doveva avere per Pavia: il posto tra i padri fondatori».
Eravate amici?
«Si e no. Le divergenze politiche tra Bossi e Castellazzi, e tra me e lui, c'erano già allora. Bossi aveva una visione ampia e profonda del percorso che la Lega doveva compiere. Castellazzi, invece, si chiudeva nel localismo lombardo».
Ma Antonella Ferrari dice l'esatto contrario.
«Per me le cose stanno come le racconto io. Bossi aveva già storto il naso ai manifesti elettorali dell'88 fatti da Castellazzi. Bossi mi telefonava tre o quattro volte al giorno: cosa fa Castellazzi, dov'è Castellazzi, come si muove Castellazzi».
E lei?
«Riferivo, era il segretario federale. E' andato avanti a telefonarmi tre o quattro volte al giorno fino all'ottobre 1991. Quando il conflitto con Castellazzi esplose. Castellazzi voleva tenere stretto il movimento, a malincuore si rassegnò all'apertura della sede cittadina di Pavia della Lega, da me voluta. Una volta, durante l'amministrazione del sindaco Bruni, c'era da fare una battaglia sull'assegnazione di un alloggio popolare, e Castellazzi mi lasciò solo. Il conflitto affiorò all'assemblea provinciale di Garlasco, forse nel settembre 1991. All'epoca Castellazzi era già virtualmente fuori dalla Lega, si trattava solo di capire quando Bossi avrebbe deciso di tagliare il nodo. Io l'ho aiutato a fare chiarezza. Non ero un leader, ma un quadro. E lo dicevo molto onestamente a Bossi. Che per la mia sincerità mi apprezzava».
Senta, tutta questa storia è attuale?
«Si che lo è. Sono uscito dalla Lega di Bossi nel 2000, perchè la Lega non aveva creato una propria classe dirigente. Le ragioni del conflitto Bossi-Castellazzi sono ancora li. I colonnelli bossiani non hanno il coraggio di ammettere che Bossi non è più presente come leader. Non hanno un vice-Bossi. Si combattono nel chiuso e rifiutano la qualifica di socio, trasformando le poche sezioni rimaste in ectoplasmi».
Scusi, lei cosa c'entra?
«Io con la Lega Lombarda Padana guidata da Bernardelli ci sono. Tra noi c'è Giulio Arrighini, uno dei tredici che si riuniva da Pegreffi». (s. c.)