Basta, giù le mani dall'Iraq

La guerra in Iraq, come tutte le guerre, è in primo luogo una deflagrazione di disumanità, concepibile e sostenibile solo da chi ha perso di vista buona parte della propria umanità, o vi ha abdicato totalmente. Nè l'umanità si acquista rimuovendo il pensiero della guerra, o dedicandole un'attenzione fuggevole quando ad esserne coinvolti come vittime sono nostri connazionali. L'umanità la si acquista e riacquista rifiutando la guerra. Non c'è alternativa.
Se 'essere umani" significa riconoscere la tristezza negli occhi di un altro, e farsene anche solo minimamente carico, cosa significa allora, per la dimensione umana di ciascuno, accettare o non opporsi alla guerra? In quanti occhi vi è tristezza oggi in Iraq? E a chi tocca farsene carico, questa volta? L'umanità deve essere un fatto e anche una aspirazione, alla quale tendere proprio quando sembra più difficile il farlo. L'aprirsi all'altro costiuisce una forte limitazione alla ferocia e alla crudeltà. Ma ciò richiede un'assunzione di responsabilità personale, che non dovrebbe mai essere disgiunta dalla commozione.
Tutti, benché non lo si dica poiché le parole sono ormai impotenti, abbiamo negli occhi la terrificante espressione di disperazione del giovane interprete coreano che tenta di ribellarsi allo sgozzamento, invocando e la pietà degli assassini e l'umanità del governo del suo Paese. Che non arrivano. E sotto gli occhi della telecamera, che riprende e poi invierà in mondovisione via internet le immagini, si procede alla rituale decapitazione.
L'aver negli occhi quelle immagini equivale ad aver negli occhi la guerra in Iraq. Che è anche questo. E di più, e forse di peggio (chi può sapere cosa stia succedendo realmente? Quando lo verremo a sapere? Decideranno un giorno che l'orrore non influenzerà più l'opinione pubblica e quindi potrà essere completamente rivelato, com'è stato in passato per le guerre in Indocina?).
Decapitazioni, torture, ostaggi, attentati, prigioni del terrore, ricatti, armi sofisticate e coltelli, assassinii a distanza e rituali di sangue, kamikaze e mercenari, spie internazionali e mercanti d'armi, multinazionali del petrolio: questo è l'Iraq ora. E' proprio lo stesso Paese nel quale l'Amministrazione Bush e gli alleati, compreso il governo italiano, volevano esportare la democrazia occidentale. Invece, ciò che ancora di brutale li non c'era, ora c'è. La guerra non esporta nulla se non se stessa e le sue aberranti varianti e implicazioni, che siano tecnologicamente all'avanguardia o residue di rituali primitivi.
Intanto, dalla fine dichiarata della guerra, le vittime civili si contano, per difetto, in 10.000 (le stime più recenti ne contano 11.317); le vittime militari in 965. E non sono comprese le centinaia di vittime degli ultimi giorni negli attentati cosi sapientemente progettati da quello che rimane del partito sunnita Baath e di altre fazioni in opposizione al governo provvisorio, ora governo ad interim, e 'finalmente democratico" come ha dichiarato Paul Bremer.
La guerra è iniziata, per stessa ammissione di autorevoli fonti statunitensi, con il pretesto della lotta al terrorismo. E' anche notorio che dall'Iraq non proveniva nessuno degli attentatori alle Torri gemelle, nè sono state trovate armi di distruzione di massa, come ha testimoniato Hans Blix, l'ispettore Onu incaricato del controllo. Ma la guerra è stata dichiarata, e propagandata come guerra lampo, con il risultato che l'anno 2003, a guerra in corso, è stato quello che ha registrato, nella storia, il più alto numero di attentati terroristici nel mondo. E il 2004 è iniziato in Europa con le 200 vittime alla stazione di Atocha a Madrid. E la guerra è tutt'altro che conclusa.
Intellettuali statunitensi hanno dichiarato che evidentemente gli interessi economici dell'Occidente nell'area del Golfo sono più forti della lotta al terrorismo, essendo ormai chiaro anche ai meno avveduti che guerra e terrorismo sono in stretta relazione. Del resto, non è stato un gruppo radicale europeo a definire la politica estera statunitense 'nuova strategia imperiale", ma la rivista di politica estera dell'establishement statunitense Foreign Affairs, alla quale rilasciano le loro dichiarazioni personaggi come la Albreight (segretario di Stato con Clinton), Donald Rumsfeld e Franz Wolfowitz: dichiarazioni di quel tenore sono state fatte ben prima della guerra all'Iraq.
Il governo italiano trova, in tutto questo immenso disastro, il cinismo di far prorogare fino alla fine dell'anno la permanenza in Iraq del contingente italiano. Questa decisione è presa in un quadro cosi densamente vischioso, da far dichiarare all'Onu che, stante queste condizioni, in Iraq non ci farà entrare un solo casco blu. E siamo al momento che molti aspettavano e invocavano come il termine per arrendersi, da parte delle truppe di occupazione (cosi vengono chiamati gli alleati occidentali dall'80% degli iracheni) ad un barlume di ragionevolezza.
E' tempo ormai che anche la politica locale si faccia carico morale e continuativo di questo conflitto e della posizione dell'Italia, non subordinando l'argomento, per gli amministratori, a temi di routine amministrativa. Indigna che sull'argomento certi consiglieri si divertano con presunti scherzi. Se avessero più rispetto o una qualche capacità di ascolto, delle posizioni sostenute da parte considerevole dell'associazionismo cattolico e laico della città, oltre che da numerose forze politiche e sindacali, saprebbero che il cuore del problema è il ritiro dall'Iraq delle truppe degli Stati occupanti.
L'Onu, rifiutandosi di tornare in Iraq, ha già espresso le sue valutazioni sulla risoluzione. E tempo lo è sempre di non scherzare sulla guerra. E' tempo che il valore della pace, e tutti i valori che appartengono alle configurazioni pacifiche, come dovrebbe essere per tutte le realtà democratiche, siano considerati nell'unico contesto in cui devono essere considerati: l'etica. La politica, locale o globale che sia, deve per prima cosa riconoscere che ci sono principi a cui essa è chiamata, per dirsi nobile, a subordinarsi. La pace è uno di questi.
Irene Campari Claudia Cappelletti Massimo Nizzoli e Davide OttiniPavia