L'opinione. Crimini da talk show
Perchè un piccolo crimine orribile è diventato una grande rappresentazione nazionale, conclusasi con la condanna della Madre Sciagurata? Può spiegarsi forse col modello - «maso chiuso». Tempo fa si parlava dell'«economia del maso chiuso» quale specifica organizzazione sociale di alcune aree dell'Alto Adige (Sudtirol): tanto radicate e uguali nel tempo da aver dato vita a un istituto del diritto tirolese, che prevede l'immutabilità di un'azienda agraria (terreno, abitazione, edifici rustici, attrezzature), capace di sostentare col proprio reddito un'intera famiglia. Con «maso chiuso» si può intendere, per associazione, un sistema di vita autosufficiente, poco incline alla novità e scarsamente interessata agli scambi con gli altri. Dunque, tutte quelle aree geografiche e sociali - montane, ma non solo - che costituiscono la «periferia» dell'Italia metropolitana. La Valle d'Aosta, com'è ovvio, non è l'Alto Adige (a sua volta profondamente trasformato) e la globalizzazione ha fatto - eccome - il suo mestiere: cosi che, oggi, di «chiuso» nelle nostre società, resta ben poco. E, tuttavia, resta assai più di quanto noi crediamo. E' questa la ragione (una delle ragioni) dello straordinario interesse che ha suscitato nell'opinione pubblica la vicenda della morte del «piccolo Samuele» (come lo definiscono i giornali). La vicenda di Cogne, infatti, afferra una piccola località (nota solo per ragioni turistiche: di élite, per giunta), un paesaggio tanto fiabesco da essere vero, una famiglia intensamente integrata (a quel che si può vedere), una comunità timorosa della propria ombra: e rovescia tutto ciò nell'arena pubblica. Di più: ne fa materia ossessivamente ricorrente, genere letterario e format televisivo di una soap opera rappresentata sul «palcoscenico più grande d'Italia», dove quella telenovela ottiene, grazie a Bruno Vespa, la massima legittimazione. Non più storiaccia da «Cronaca Vera» (con titoli come: Orrore, con un'accetta sventra la moglie e intanto si fa lavare i piedi dalla figlia-schiava), ma dilemma degno della più autorevole sede politica dopo (dopo?) il Parlamento. Ovvero Porta a Porta. Qui, oltretutto, la vicenda sembra dileguarsi dalla sua ragione essenziale: c'è un delitto, bisogna trovare il colpevole. Oppure: emerge (forse) una patologia, si deve adottare una terapia. No, qui, il «piccolo Samuele» quasi scompare e lo spazio della vittima che, sempre, è quello principale viene occupato da comprimari, tramutati d'incanto in protagonisti. Il problema non è più il delitto, ma ciò che se ne dice. E ciò che se ne dice non deve rispondere a verità: deve essere, piuttosto, ben detto. E soddisfare criteri generali: dove il bambino non c'è più. Ci sono solo i Discorsi degli Esperti: il Criminologo, lo Psichiatra, l'Avvocato. Parlano «in generale» e, di conseguenza, le parole che dicono non hanno alcuna relazione con quel delitto, quell'assassino, quella vittima. Discorrono del Crimine, della Psiche, della Legge. Cosa volete che gliene importi del «piccolo Samuele», ma anche della signora Anna Maria Franzoni? A questo punto, è davvero l'aspetto meno interessante di tutta la storia. Se non per lei.