E' solo un tappo, appuntamento a settembre


ROMA. Comincia con Ciampi e finisce da Ciampi la giornata del tappo. A ora di cena Silvio Berlusconi ha finito l'interim e la verifica, evitato la crisi di governo e scansato l'ennesimo vertice notturno, nominato un ministro del Tesoro esperto e docile. E' sazio, ma, dopo il timbro del Quirinale Berlusconi è anche inquieto e, un po' a se stesso e un po'a chi lo ha accompagnato, domanda: «E' finita davvero?». davvero?». Si, è finita per oggi, pausa vacanze e poi subito si ricomincia.
Perchè il tappo è piccolo, non reggerà all'alluvione politica della legge finanziaria e non fermerà la corrente che porta tutti verso la crisi vera e le elezioni anticipate nel 2005. Lo sanno e lo intuiscono tutti, forse anche lui, ma nessuno ha il coraggio di dirlo stasera a Silvio stremato.
Era cominciata con Ciampi che dice che il calcio è drogato di soldi veri e finti. Che c'entra con il governo da verificare e l'economia da spacchettare? Nulla, ma l'aria che tira in giornata è vento che fa tremare perfino le cattedrali, i santuari della fiducia degli italiani nel tempo presente. O tempora, o mores se ufficialmente perfino il campionato è trucco e Babele...
E non era che primo mattino. A mezzodi proseguiva con il ministro degli Interni, quello della Giustizia e quello del Welfare ufficialmente in lite conclamata e manifesta. Non sui giornali, ma a Palazzo Chigi. Lite dura su se e come rispedire a casa loro gli immigrati clandestini. Con un calcio nel sedere vestito solo per forma con la prima legge che capita secondo i ministri leghisti e non come vorrebbe quel «mollaccione democristiano» di Pisanu, quello che, insieme a Fini che gli vuol dare il diritto di voto, si spaventa per una sentenza della Corte Costituzionale. Se serve, un calcio nel sedere, politico s'intende, anche alla Corte. Stavolta c'entra, eccome, con la verifica, aspra e acida, tra alleati.
Era in corso, qualche chilometro più in là, la mattinata democristiana, insomma l'Udc, ma gli alleati ormai li chiamano, non amichevolmente, «i democristiani». Da li Berlusconi non sperava molto e otteneva quello che già sapeva: l'Udc non esce e non rompe, ma nemmeno si piega. E' poco, è tanto, ho vinto, ho perso, vuol dire che loro mi cuociono o che loro si sono messi nel frigo? Per diverse orette Berlusconi sfogliava la margherita del dubbio. Significa che posso distribuire ministeri, complimenti e sorrisi, vuol dire che in fondo ci stanno, hanno accettato lo scambio per cui io mi tengo la mia politica economica e loro, tutti loro, si prendono qualcos'altro? Berlusconi esitava a mettere a fuoco l'esatta cifra della giornata. Dunque, Follini non viene al governo e perciò Fini non viene neanche lui al Tesoro. In fondo meglio cosi, Fini voleva tutta l'economia e allora comandava lui. Ma Follini, lui non viene perchè non viene Fini o perchè non vuol venire e comunque manda qualcuno dei suoi?
A Berlusconi riferivano di Follini che si assegnava il ruolo di «giudice eterno dell'azione di governo». Parola antipatica, ma l'avrà scelta a caso. Di Follini che battezzava governo e maggioranza «cantieri aperti», dell'Udc che faceva sapere di essere nel governo e nella maggioranza ma di guardare lontano, oltre nel tempo e nelle cose.
S'era fatto pomeriggio e la grande pace, il «nuovo inizio», si squagliavano come gelato al sole. Siccome era tutto chiaro, Fini invitava il premier a darsi una mossa, «basta melina» e gli proponeva un vertice per la serata. No, il vertice no, solo l'idea faceva rabbrividire Berlusconi. E che non ci fosse nulla da fare tranne che mettere un tappo lo gridava a metà pomeriggio la Lega: il governo non si cambia e non si tocca, che torni Tremonti e comunque si «congeli» tutto fino a settembre, aspettando non il fresco ma il voto sulla devolution. A quel punto e a quell'ora il governo e la giornata erano come cristallo frangibile, un tocco e va in mille pezzi. Berlusconi prendeva dunque carta e penna e stendeva l'elogio del tappo.
«Prendo atto con soddisfazione» che l'Udc resta dentro. «Per quanto riguarda la squadra di governo, riconfermo la mia piena fiducia nei confronti degli attuali ministri». Cioè non tocco nulla altrimenti crolla tutto. «Oggi finisce il mio interim», ma la politica economica non cambia. In fondo è tutto semplice, ognuno si barrica a casa sua. Berlusconi nel fortino dell'economia e dello choc fiscale, la Lega in quello della devolution, Follini in quello di chi avrà ragione domani, Fini non si sa, infatti chiosa un po' sibillino: «Valuteremo la collegialità». Si sa invece che per l'economia italiana ci sono poche cartucce da sparare, se vanno a vuoto, è resa e rotta.
Nel governo e nella maggioranza ci sono due linee opposte: chi pensa che vada distribuita ricchezza per rimettere in moto la macchina e chi pensa che il vero problema sia creare ricchezza che non c'è. Non ci sono le «cartucce», i soldi, per finanziare insieme il meno tasse e il sostegno alla riqualificazione industriale e all'innovazione dei prodotti. E non c'è Siniscalco al mondo che possa moltiplicare quel che non c'è. Perciò la giornata del tappo non sarà un'eccezione, altre di simili ce ne saranno in autunno perché, anche se tappata, la bottiglia, appena la agiti, perde e scola.

Mino Fuccillo