La Consulta corregge la legge Bossi-Fini


ROMA. È pesante la doppia bocciatura inflitta ieri dalla Consulta alla legge Bossi-Fini sul contrasto all'immigrazione clandestina. Con due pronunce attese da tempo e depositate ieri mattina, i giudici dell'Alta corte hanno stabilito che le norme sull'esecuzione dell'espulsione dei clandestini emanate dal governo Berlusconi, oltre ad essere inefficaci, sono illegittime perchè contrastano con gli articoli 3 e 13 della Costituzione.
Articoli che sanciscono l'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge e l'inviolabilità della libertà personale salvo in casi eccezionali di necessità ed urgenza.
La crepa aperta nella Bossi-Fini dalle pronunce della Consulta è profonda e incide sul destino di centinaia di immigrati extracomunitari, compresi i 37 profughi africani sbarcati nei giorni scorsi dalla Cap Anamur e ora in cerca di asilo politico. Il ministro dell'Interno Beppe Pisanu, costretto suo malgrado ad un nuovo rattoppo, ha annunciato che già nel consiglio dei ministri di stamane il Viminale presenterà un decreto per adeguare le normativa alla sentenza. Un decreto correttivo, non il primo, per riequilibrare il rapporto fra le esigenze di sicurezza del Paese e il sistema delle garanzie. Ma lo scontro politico è acceso. Le opposizioni affermano che il verdetto della Consulta è un atto di civiltà che ripristina lo stato di diritto. E invitano il governo a prendere atto del pieno, definitivo fallimento della Bossi-Fini, con tutti i suoi pasticci giuridici. Dal fronte leghista parte invece un duro attacco ai giudici costituzionali accusati di avere deciso «contro il popolo italiano» rendendo impossibili le espulsioni e il controllo dei confini della penisola.
Le due sentenze con le quali i giudici hanno accolto le perplessità avanzate dai Tribunali di Padova, Firenze, Torino e Roma riguardano due punti cardine della politica portata avanti dall'esecutivo in materia di immigrazione e di lotta preventiva al terrorismo internazionale. Con la prima pronuncia la Corte ha stabilito che lo straniero non può essere espulso dal nostro paese se il provvedimento di accompagnamento coatto alla frontiera emesso dal questore non viene prima vagliato da un magistrato. Un controllo che non può essere soltanto formale, per il quale non possono bastare le 48 ore previste ora dalla legge e che comunque deve avvenire con la garanzia del contraddittorio: vale a dire, scrivono i giudici, nel rispetto del diritto incomprimibile alla difesa e delle norme che regolano le restrizioni della libertà personale.
Con la seconda sentenza è stato invece dichiarato illegittimo l'arresto obbligatorio, in flagranza di reato, per lo straniero che senza giustificato motivo non abbia rispettato l'ordine del questore di lasciare il territorio nazionale entro cinque giorni. Il reato in questione, ha osservato la Corte, ha infatti natura contravvenzionale, e come tale non possono essere applicate le misure coercitive previste soltanto per delitti gravi, per delitti punibili con l'ergastolo e con pene comunque non inferiori ai quattro anni di detenzione. L'arresto obbligatorio, ha rilevato infine la Corte, appare poi come «una misura fine a sè stessa, che non potrà mai trasformarsi in un'ordinanza di custodia cautelare in carcere, che è priva di qualsiasi sbocco sul terreno processuale». E che pertanto risulta «manifestatamente irragionevole».

Natalia Andreani