Sharon sempre più isolato nella comunità internazionale
La decisione della Corte dell'Aja, che condanna la barriera di difesa (più nota come muro) israeliana è un atto di grande significato simbolico ma di dubbio impatto pratico. La scelta quasi unanime dei giurati - si è dissociato, a quanto pare solo il membro americano - appare più che giustificata in punto di diritto internazionale, ma poco incisiva. Manca infatti un organo capace di rendere cogente quello che è comunque solo una sorta di parere. E ad ogni buon conto Sharon ha già fatto sapere di non voler prendere in considerazione quel pronunciamento.
E tuttavia la decisione dell'Aja conferma e approfondisce l'isolamento internazionale di Israele, la scarsa ricettività dell'opinione pubblica internazionale per le sue ragioni. Con la costruzione del muro Sharon ha dimostrato di non curarsi troppo di questo problema e di guardare più alla sostanza che all'immagine. Non c'è dubbio che in senso tecnico il muro abbia raggiunto risultati apprezzabili. Gli attentati terroristici in territorio israeliano sono diminuiti. Ciò non significa per altro che gli israeliani si sentano più sicuri se è vero che comunque anche negli ultimi mesi sono stati sventati decine di attentati.
Il fatto è che ai relativi successi nell'immediato rischiano di seguire gravi complicazioni nel futuro non troppo lontano. Un giorno o l'altro dovrà pur riprendere il negoziato fra israeliani e palestinesi in vista di un assetto definitivo. Quel giorno gli israeliani, anche a causa del muro, potrebbero trovarsi a trattare in un clima internazionale sfavorevole e con un'amministrazione americana meno schiacciata sulla loro linea.
Comunque lo si voglia giudicare il muro non è evidentemente solo una barriera antiterrorismo. Di fatto tende a pregiudicare un confine tra Israele e la futura Palestina. Certo l'esistenza di una barriera fisica, costata fra l'altro una cifra non indifferente per il bilancio israeliano, è un fatto compiuto dal quale non si potrà prescindere a qualsiasi tavolo negoziale.
Fatto è che la sua premessa concettuale è la presa d'atto dell'incompatibilità fra l'annessione dei territori occupati e la conservazione del carattere ebraico d'Israele. La due cose semplicemente non stanno insieme. Se Israele vuole restare almeno parzialmente fedele ai dettami del sionismo non può che accontentarsi di molto modeste parti della Cisgiordania. In caso contrario diventerebbe rapidamente uno Stato a maggioranza araba. Visto sotto questa angolatura, quindi, il muro rappresenta comunque la presa d'atto da parte israeliana dell'ineluttabilità di tracciare un confine a oriente. Se da parte palestinese fosse disponibile una leadership più coraggiosa, meno corrotta e meno impresentabile di quella incarnata da Arafat, questo dato di fatto verrebbe interpretato come una chanche. Come cioè la presa d'atto che la Palestina è possibile anche secondo Israele e che è giunto il momento di trasformarla da sogno in realtà concreta. Il che significa scendere a compromessi sia sotto l'aspetto territoriale che soprattutto sotto quello fondamentale della rinuncia di fatto palestinese al diritto al ritorno dei profughi - equivalente dell'arabizzazione d'Israele.
Il primo passo verso questa svolta non potrà che essere la scelta democratica di una nuova leadership palestinese, con la quale israeliani, americani, europei e resto del mondo dovranno fare i conti quale che ne sia il carattere.