Una barriera di cemento che divide le famiglie
GERUSALEMME. Il muro è già a Beit Fage. Un nome che dice poco, a chi non vive a Gerusalemme. Dice di più, invece, se si appaia Beit Fage alla domenica delle Palme. È da li che Gesù, per i cristiani, entrò in città. Ed è da li che ancora oggi, ogni anno, parte la processione che dà inizio alla settimana santa. S'inoltra sul monte degli Ulivi e scende sino alle mura antiche e possenti della Città Vecchia.
In totale, poco più di un chilometro di cammino. A Beit Fage il muro, o barriera difensiva, è alto oltre otto metri.
Troppi, per chi avesse l'idea di scavalcarlo. Le grandi lastre prefabbricate di cemento vengono tirate su velocemente. Ironia della sorte, da lavoratori arabi che non hanno altro modo per mantenere la famiglia, visto che la richiesta di manodopera araba si è, dall'inizio dell'intifada di Al Aqsa, drasticamente ridotta. Per tirare su la muraglia, è stata costruita una strada larga e bianchissima, espropriando - qui come nel cuore dei Territori occupati della Cisgiordania - le proprietà private che si trovano lungo il tracciato. Comprese case e alberi di ulivo.
Lungo la strada del muro, che se sarà completato sarà lungo oltre 700 chilometri, i palestinesi non sono però tutti da una parte. Sono anche dall'altra. Per questo che Beit Fage cosi come Abu Dis, il paesino li vicino dove vive il premier palestinese Ahmed Qurei, sono due esempi che ben descrivono la situazione paradossale che si creerà quando - qui a Gerusalemme - il muro sarà finito. Famiglie divise, uomini separati dai propri cari o dal lavoro, bambini separati dalla scuola, malati separati dall'ospedale, vedove separate dai cimiteri, fedeli separati dai luoghi di culto. Contadini, infine, separati dai propri campi, che in alcuni casi più eclatanti in Cisgiordania è si possibile raggiungere, ma attraverso piccole aperture ricavate nel muro dalle autorità militari israeliane, solo due volte al giorno. Al mattino, e alla sera. Impossibile pensare di tornare a casa per pranzo, per esempio.
In teoria, gli israeliani hanno previsto che il muro si possa aggirare, in futuro. Attraverso i gate, come quelli dell'aeroporto, da cui passa chi ha una tessera elettronica, e dunque un permesso per entrare. Arrivare ai gate, però, può significare sottoporsi a un viaggio estenuante lungo decine di chilometri.
I palestinesi, ai gate elettronici, ci credono poco. Sono già abituati ai check point disseminati anche attorno a Gerusalemme. A Betlemme, 15 chilometri di distanza, o a Hebron. Ogni giorno, la storia è uguale: ore e ore trascorse in auto o in piedi, sotto il sole o al freddo. A qualunque età e in qualsiasi condizione di salute. In attesa di un si che potrebbe anche non arrivare.(p.ca.)