Con il super-ministro cade un'illusione


La crisi formalizzata dalle dimissioni del ministro dell'Economia non è altro che l'inevitabile conseguenza di una politica economica che aveva permesso alla Casa delle libertà di conquistare il consenso della maggioranza degli elettori ma che a molti osservatori italiani e stranieri - oltre che, naturalmente, alle forze che nel 2001 persero le elezioni - era sembrata fin da allora destinata al fallimento. Ora il fallimento emerge nei conti delle famiglie e nel ristagno dell'economia, rischia di essere certificato dalle sanzioni europee e, quel che è peggio, dal declassamento del rating internazionale, e le dimissioni del ministro che più di ogni altro aveva incarnato quella linea ne rappresentano la formale presa d'atto.
Era stato Giulio Tremonti l'inventore della riforma fiscale tradotta nello slogan elettorale «meno tasse per tutti» che fu l'arma di seduzione più potente nei confronti dell'elettorato. Era stato Tremonti l'uomo ad alzare la bandiera «meno Stato più mercato» dietro alla quale si era schierata compatta e convinta la Confindustria di Antonio D'Amato. Ed era stato lui, divenuto ministro dell'Economia nel secondo governo Berlusconi, a tracciare un percorso di politica economica che aveva indotto il governatore della Banca d'Italia a preconizzare, nonostante la fase già calante della congiuntura mondiale, l'imminenza di un nuovo «miracolo italiano».
Però le tasse non sono calate, lo Stato non è retrocesso per fare spazio al mercato, l'economia invece di produrre il «miracolo» è vistosamente peggiorata. Ma Tremonti, attribuendo i problemi di volta involta a inesistenti «buchi» lasciati nei conti dal centrosinistra, alla crisi mondiale, all'euro o alla concorrenza cinese, ha seguitato a far finta che tutto andasse per il meglio presentando, anno dopo anno, previsioni di crescita palesemente sovradimensionate, previsioni di entrate sovrastimate, previsioni di spesa sottostimate. E quando, alla resa dei conti, il bilancio risultava fuori linea, tirava fuori dal cilindro un condono tombale, una sanatoria, una cartolarizzazione, una formula di bilancio, con cui, per tre anni di seguito, è riuscito a rattoppare le falle strutturali che, in realtà, sono andate, anno dopo anno, allargandosi a dismisura.
Nel comportamento dell'ex ministro più potente della storia repubblicana emerge, in realtà, una tendenza quasi fisiologica alla contraddizione. Negli anni '80 scriveva sul «Manifesto» e predicava contro i condoni fiscali; fu socialista e consigliere dei ministri Reviglio e Formica ma litigò furiosamente con Formica proprio perché venne varato un condono al quale lui era contrario; nei confronti del governo di centrosinistra polemizzò aspramente accusando il ministro delle Finanze di allora, Visco, di incrinare la gradualità dell'imposizione fiscale, ma divenuto lui stesso ministro ha proposto una riforma che, se fosse applicata, della gradualità farebbe strame; predicava un liberismo ad oltranza, ma, da ministro, ha cercato di mettere sotto controllo politico le fondazioni bancarie e la stessa Banca d'Italia; ha voluto accanto a sé, come stretti collaboratori, personalità di spicco, stimate anche dalla sinistra, come Vito Tanzi che, nominato sottosegretario, si vide però affidare ruoli talmente scarsi e marginali che, in capo a poco tempo, fu costretto a dimettersi.
Lungo questo percorso si è giocato il credito degli imprenditori, ha trasformato la fiducia della Banca d'Italia in fiera ostilità, ha profondamente deluso l'elettorato che aveva subito il fascino di una miracolistica «berlusconian way of life» di cui lui era stato il primo stratega. E l'uso spregiudicato del grande potere concentrato nelle sue mani (mai un solo ministro aveva assommate competenze e tanto vaste come quelle attribuite al ministero dell'Economia di questo governo) gli è valso l'ostracismo degli stessi alleati rendendo in qualche modo ovvio che fosse lui il primo a pagare le conseguenze quando quella «berlusconian way of life» ha perso il suo smalto cedendo il passo ad un diffuso disincanto.
La sua caduta è la caduta di un'illusione il cui simbolo, tuttavia, resta il capo del governo: di conseguenze, quindi, verosimilmente ce ne saranno ancora.

Giorgio Ricordy