Matrimonio in crisi, crescono i divorzi
ROMA. Uniti sull'altare, divisi dal tribunale. Se le coppie italiane sembrano superare la crisi del settimo anno, cedono davanti a quella del tredicesimo. E la soluzione è semplice, anche se un po' costosa: divorziare. La sostanza di questo preambolo è che l'ultima indagine Istat su «separazioni e divorzi» delinea un dettagliato quadro della situazione familiare della penisola: matrimonio in caduta libera.
I dati delle cancellerie dei tribunali civili dicono che continua a crescere il numero delle separazioni e dei divorzi (un incremento del 4,9% e del 4,5% in più nel 2002 rispetto all'anno precedente), e che la durata media di un'unione non supera i tredici anni, sebbene in un caso su quattro il matrimonio si conclude già entro soli sei anni. Nel confronto da un anno all'altro, queste cifre non sembrano troppo alte, però se si guardano quelle del 1995, allora viene fuori che l'incremento supera in entrambi i casi il 50%. In pratica, nel 2002 quasi 80mila coppie si sono separate e circa 42mila hanno divorziato. Il procedimento preferito, per cosi dire, dagli italiani è quello della consensuale, anche perché comporta meno spese. Nell'87% delle separazioni e nel 78% dei divorzi si arriva davanti al giudice di comune accordo. La donna (nel 71% dei casi) più dell'uomo, a prendere la decisione di separarsi, anche se poi dopo i tre anni canonici, è invece il marito quello che presenta istanza di divorzio (57,3%). A lei vengono affidati i figli (circa 84% dei casi) e la casa (58%). Mentre lui, oltre a cercarsi un'altra sistemazione, deve provvedere al mantenimento dei figli (almeno il 50% delle coppie ne ha uno) versando un assegno che mediamente si aggira intorno ai 443 euro nei casi di separazione e 380 nei divorzi. Gli alimenti per il coniuge invece, toccano a cifre che oscillano tra i 438 euro per i separati e 546 per i divorziati. Un'altra curiosità, un livello di istruzione superiore sembra incidere negativamente sulla fine dei rapporti, sono infatti maggiormente le coppie con diploma e con un lavoro a mettere fine al rapporto coniugale. Piuttosto bassa l'età media in cui ci si rende conto di averne avuto già abbastanza: 42 anni per gli uomini e 39 per le donne, e 45 e 42 per i divorziati (corrispondenti ai tre anni di separazione). Immancabili poi nel nostro Paese le differenze regionali. Il nord si separa più del sud. Agli estremi di questa sorta di classifica la Valle d'Aosta (8,7 separazioni e 5,9 divorzi ogni 1000 coniugati) e la Lombardia (6,4 e 3,5), contro la Calabria (2,6 e 1,2) e la Basilicata (1,3 ed 1). Infine, confrontando infine i dati dello stivale con quelli del resto d'Europa, risultiamo comunque i meno disastrati. Perché se i paesi europei hanno un tasso di divorzio che è mediamente pari all'1,9%, quello italiano arriva solo allo 0,7. Ma bisogna ricordare che le lungaggini legislative italiane danno una mano a questa media cosi contenuta. In Italia, a differenza dei paesi europei (dove separazione e divorzio sono contestuali), bisogna aspettare tre anni perché la separazione diventi divorzio, e siccome deve essere uno dei due coniugi a chiedere istanza, pagandola profumatamente, molte coppie sono separate di fatto, ma non arrivano mai alla sentenza di divorzio definitiva.