Sud spietato: «Merita la morte»


ABDALY (confine Iraq-Kuwait). Il piazzale di Abdaly è pieno di gente che aspetta conoscenti o parenti di ritorno dal Kuwait, e si dedica a piccoli traffici. Da una parte i gendarmi kuwaitiani nei prefabbricati con aria condizionata, dall'altra i colleghi iracheni, decisamente più scomodi e sotto il sole.
Tutt'intorno il deserto e i 45 gradi del pomeriggio. Il meridione iracheno, dove l'ondata di attentati di Al Qaida non è passata e la situazione resta tesa sotto un'apparente tranquillità, è un buon punto di osservazione per sapere cosa ne pensano gli iracheni del processo a Saddam Hussein.
La strada che dall'emirato porta a Bassora resta comunque rossa sulle mappe militari inglesi (verde e giallo sono i colori delle vie più sicure o meno rischiose), una «promozione» dovuta ad alcuni attacchi a macchine di civili stranieri o di militari britannici. Sul piazzale del confine la notizia del rais alla sbarra circola veloce e suscita commenti. E che Saddam sia di fronte ad una Corte irachena piace. La gente non ha dubbi, soprattutto nel Sud del Paese che ha patito la repressione, l'arroganza del regime, la violenza gratuita dei baathisti.
«Tutti vogliono che sia condannato a morte, e se lo merita» dice Abdullah, che fa il commerciante e sta tornando dal Kuwait a Bassora. Si interrompe per togliere la scheda kuwaitiana dal cellulare e mettere quella della nuova compagnia di telefonia mobile irachena. Poi si ferma per spiegare: «La gente è orgogliosa che il dittatore sia in mani irachene, e che sia giustiziato».
Praticamente chiunque incontri la pensa cosi: la pena di morte è giusta. «Per lui e per tutti gli altri criminali», dice la gente. Rafat è di famiglia cristiana, e gli sciiti gli hanno proibito il commercio di alcool, una risorsa economica importante per il bilancio di tante famiglie cristiane. Era nell'esercito e capitò ad Halabjia, dove «Ali il chimico», il gerarca oggi lui pure alla sbarra, conquistò il suo soprannome gasando migliaia di civili curdi. Rafat parla come parlavano i militari tedeschi dopo la guerra mondiale: «Eseguivamo gli ordini - dice - e se mi fossi opposto, mi avrebbero fucilato». Tutta la colpa era di Ali, il «pazzo furioso». Lui no, non si sente in colpa.
Solo Jameela, una ragazza che parla un ottimo inglese ed è figlia di un docente dell'Università di Bassora, ha un'opinione un po' diversa. Jameela sta partendo oggi per il Kuwait perché ha trovato un lavoro nel Paese del Golfo per un'agenzia internazionale. «Ma soltanto per un mese - avverte - i kuwaitiani sono molto chiusi e non ti danno un visto più lungo». Per Jameela, Saddam non dovrebbe morire «perché da vivo potrà vedere i suoi palazzi occupati dagli americani, e l'Iraq vivere meglio senza di lui».

Mattia Salvatore