«I detenuti di Guantanamo devono potersi difendere»


NEW YORK. Altra giornata cupa per l'amministrazione Bush che ultimamente deve fare i conti quotidianamente con brutte notizie. Questa volta è stata la Corte Suprema a rovinare la giornata al presidente Usa e a guastare la sua strategia nei confronti dei prigionieri di guerra.
La massima corte americana, benchè a maggioranza repubblicana, ha stabilito che il governo non può tenere individui in stato di detenzione per un periodo illimitato, classificandoli genericamente come «nemici combattenti». Tutti hanno diritto a sapere di che cosa sono accusati e avere accesso a legittima rappresentanza legale per potersi difendere.
Per l'amministrazione Bush è stata una pessima notizia. Per fortuna ieri, col passaggio anticipato dei poteri in Iraq, questa opinione della Corte Suprema è passata inosservata. Ma oggi sarà in prima pagina sui principali quotidiani e sarà analizzata nei dettagli negli editoriali di testate prestigiose come il New York Times e il Washington Post. L'alta corte si è pronunciata a seguito di un caso specifico. Si tratta di Yaser Esam Hamdi il quale, nonostante il nome, è cittadino americano. Hamdi fu arrestato in Afghanistan nel 2001 mentre combatteva con i talebani.
Rinchiuso alla base americana di Guatanamo, a Cuba, è li da quasi tre anni senza essere stato formalmente imputato. Non ha avvocato, non ha diritti, non ha una pena da scontare e non ha neppure un appuntamento in tribunale. È dietro le sbarre solo perchè il governo Usa lo ritiene una nemico della patria. La Corte Suprema ha stabilito che il presidente Bush ha il potere di escludere un cittadino americano dal normale circuito della giustizia (in situazioni eccezionali come la guerra al terrorismo). Ma la massima corte ha posto dei limiti. «Lo stato di guerra non è un assegno in bianco al presidente quando si tratta dei diritti dei cittadini di questa nazione». È stata la giudicessa Sandra Day OConnor, repubblicana moderata, a far pendere la maggioranza dei giudici in questa direzione e a mettere per iscritto l'opinione della Corte Suprema. Ma la massima autorità giudiziaria Usa è andata oltre. Ha stabilito che il diritto a essere incriminati a seguito di un arresto non riguarda solo i cittadini americani ma anche gli altri 590 stranieri detenuti a Guantanamo. Anche per loro vale la giustizia ordinaria Usa. A maggior ragione quest'ultima vale per Jose Padilla, il «nemico combattente» americano che fu arrestato a Chicago e rinchiuso a Cuba. Nel suo caso rileva la Corte Suprema, si era pronunciata una corte d'appello non competente.

dal corrispondente Andrea Visconti