Le promesse e la verifica dei miracoli


Abbassare l'Irpef, per tutti e in quantità che se ne accorgano tutti, ma soprattutto i redditi medi e bassi. Togliere l'Irap dal groppone delle imprese. Premiare fiscalmente o comunque in altro modo, sempre comunque in moneta, l'innovazione produttiva e la ricerca applicata perché prodotti italiani all'estero se ne vendono sempre meno e non solo per colpa dell'euro. Dare una spinta ai consumi interni senza rinfocolare l'inflazione che, anche quella ufficiale, è la più alta in Europa, salvando anche le centinaia di migliaia di piccoli commercianti che, dopo aver lucrato sul cambio, vedono i consumatori migrare in massa verso la grande distribuzione. Tenere a freno le tariffe e con esse il 10 per cento di sovra costo che le imprese italiane sopportano rispetto al resto d'Europa. Non tagliare i fondi al Sud ma togliere gli incentivi a pioggia alle aziende, dare soddisfazione alle attese contrattuali del pubblico impiego ma non aumentare i salari di fatto. Ristrutturare, riformare le pensioni, bloccare la spesa pubblica per la previdenza, arginare quella sanitaria ma senza provocare rivolte sociali. Convincere i lavoratori dipendenti a destinare il Tfr, la loro liquidazione, alla previdenza integrativa senza aver ancora varato una legge a tutela del risparmio gestito. Realizzare la devolution, cioè venti autonomi sistemi sanitari, scolastici e di polizia locale senza moltiplicare per venti i costi della relativa burocrazia.
Restare sotto il 3% di deficit annuo rispetto al Pil prodotto o almeno da quelle parti. Portare il debito pubblico almeno un po' sotto l'attuale 105/106 per cento. Ricostituire l'avanzo primario, cioè la differenza in positivo tra spese e entrate dello Stato che a inizio legislatura era intorno al 5% e ora viaggia intorno al 3 con tendenza a calare. Calare sul paese una manovra aggiuntiva per riassestare i conti che l'Europa ufficialmente valuta intorno ai sette miliardi di euro. E in più imprecisate misure di sostegno alle condizioni di disagio sociale dal costo imprecisato. E' l'elenco, autografo, di quel che il governo dichiara di dover fare, la somma delle promesse e degli impegni di Berlusconi, Fini, Lega e ministri vari. Più o meno, a spanne e senza contare i costi sociali, trenta miliardi di euro da spendere a fronte di dieci disponibili. La chiamano verifica e ha ragione il presidente del Consiglio a lamentarsi dell'imprecisione del termine, è un miracolo, un prodigio di ingegneria politica, finanziaria, contabile, sociale e legislativa. Come si addice ai prodigi, per realizzarsi ha bisogno del conforto della fede e della fiducia nel mistero.
D'altra parte o cosi o si muore elettoralmente nel 2005 e nel 2006 dopo la ferita subita nel 2004. Parole e ragionamenti pubblici e privati di Berlusconi, Fini, la Lega e ministri vari. Non ne verrà fuori una crisi di governo, nonostante la maggioranza abbia assunto in questi giorni le movenze e gli umori di un formicaio scosso da un bastone. Possono venirne fuori azzardi più o meno disperati, bluff contabili nei confronti dell'Europa, virtuosismi finanziari di Tremonti, puntate dell'ultima fiche su meno tasse oggi e domani si salvi chi può. Uniti alla giaculatoria che è tutta colpa della cattiva congiuntura economica internazionale.

Mino Fuccillo