I RISCHI DI UN PROCESSO PUBBLICO ALL'EX DITTATORE
Che cosa fare di Saddam Hussein? La disputa sulla eventuale consegna di Saddam agli iracheni, ventilata da fonti dello stesso governo interinale di Baghdad ma poi smentita da Bush («ve lo daremo a tempo debito») lascia aperto il problema. Dopo averlo sconfitto e catturato, i vincitori non hanno ancora deciso che cosa fare del vinto. Per gli americani oggi e per il governetto Allawi domani, Saddam è un prigioniero scomodo e ingombrante.
In teoria, la magistratura irachena (tuttora in ricostruzione) dovrebbe prima o poi processare l'ex presidente. Se ciò avvenisse nel rispetto delle procedure normalmente vigenti nelle democrazie, il nuovo 'leader" di Baghdad offrirebbe al suo predecessore una straordinaria tribuna. Come già l'esperienza dell'Aja dimostra un dittatore può facilmente volgere a proprio vantaggio la sua condizione di imputato garantito e protetto dalle leggi.
E' per ciò probabile che l'eventuale processo, se mai ci sarà, avvenga solo dopo il ritorno alla 'normalità" istituzionale. Inoltre, per evitare l'uso propagandistico del processo da parte di Saddam, non si può escludere che i giudici deliberino di procedere a porte chiuse. La futura consegna di Saddam agli iracheni ci ricorda le crescenti difficoltà del passaggio di poteri dagli occupanti/liberatori agli occupati/liberati.
L'attuale amministrazione provvisoria di Bremer è sempre più disprezzata e assediata dalla popolazione, che l'accusa di non garantire la sicurezza e di gestire il potere in modo totalmente arbitrario. Queste critiche si riflettono ormai direttamente sull'esecutivo ad interim formalmente benedetto dalle Nazioni Unite, di fatto espresso dagli americani. Il punto è capire se dal 30 giugno il governo Allawi avrà una qualche autorità effettiva e godrà di sufficiente rispetto da parte degli iracheni oppure no. Per il momento i segnali tendono al negativo.
Uno degli aspetti più criticati della attuale compagine ministeriale è che al suo interno sono presenti diversi esuli o cittadini iracheni con doppio passaporto. Insomma più un gabinetto di importazione che l'espressione di correnti politiche autoctone. Con la scelta di questo ministero gli americani hanno di fatto rinviato una decisione che comunque prima o poi dovranno prendere: affidare la guida dell'Iraq agli iracheni, compresi quelli (e sono molti) a loro ostili, piuttosto che ad alcune personalità privilegiate solo in quanto filo-occidentali.
Per avvicinare questo obiettivo sarà necessario trattare anche con Moqtada al Sadr, coi capi tribali sunniti, e con tutte le altre forze emarginate finora. Sullo sfondo, incombe l'ombra della questione curda. Il vero punto di discrimine in campo iracheno non è infatti quello tra sunniti e sciiti, ma il clivage etnico-geopolitico tra arabi e curdi. I partiti curdi di Barzani e Talabani non sono affatto contenti di come gli americani e il governo Allawi stanno rispondendo alle loro rivendicazioni di autonomia accentuata. Il sogno dell'indipendenza del Kurdistan non è tramontato e rischia di incendiare nuovamente il panorama iracheno.