Dumini, fatti e misfatti del sicario di Matteotti

PAVIA. L'anima nera del fascismo. Un toscanaccio ruvido, volgare, ma non privo di una sua rozza intelligenza, l'archetipo e la quintessenza dello squadrista. In altre parole: Amerigo Dumini, da pronunciare con l'accento sulla prima u. Un nome che resterà legato per sempre al delitto Matteotti, di cui il killer toscano e il suo «commando» (la «Ceka fascista», primo nucleo clandestino della polizia segreta del regime) furono gli esecutori materiali. Le prove generali, Dumini e i suoi scherani le fecero con la selvaggia aggressione a Cesare Forni, exras della Lomellina.
Espulso dal Pnf per dissidenza, Forni «aveva formato, assieme all'ex podestà di Alessandria, Raimondo Sala, una propria lista per le elezioni politiche dell'aprile 1924, raccogliendo rapidamente consensi in larga parte del Pavese e del Milanese». La cosa mandò in bestia Mussolini, che, convocato Rossi, lo apostrofò duramente: «Che cosa fa Dumini? Si fa le...?». La sfuriata del duce produsse presto gli effetti desiderati: «L'agguato squadrista a Forni scattò, il 12 marzo '24, alla vecchia stazione ferroviaria milanese». Fra i testimoni, il discusso giornalista Carlo Silvestri: «Forni lo vide bene - racconterà Silvestri - Era un pezzo d'uomo. Fu assalito alle spalle con manganellate alla testa. Cercò di resistere, disperatamente, poi cadde...». Dumini - scrive Mayda - «non si sporcò le mani nell'aggressione...dispose i suoi gregari lungo la scalinata d'uscita in modo che l'imboscata non potesse fallire; poi, a debita distanza, nell'atrio della stazione, fumando in piedi accanto a una rivendita di giornali, segui la scena del pestaggio». Forni se la cavò solo grazie alla sua robustissima tempra. Quanto a Mussolini, saputo che a Mortara - roccaforte del dissidentismo - non c'erano stati disordini, rivolgendosi a Rossi osservò sorridendo: «Va là, va là, che quando si mena e si mena forte si ha sempre ragione». Ma chi era, Dumini? Che ne fu di lui dopo l'eliminazione del leader socialista unitario nel 1924? Lo racconta, con una ponderosa e documentatissima biografia, Giuseppe Mayda, giornalista e storico (è stato, fra l'altro, inviato de «La Stampa» e direttore de «La Sentinella del Canavese»; della sua ricca bibliografia ricordiamo «Giap», «Graziani l'Africano», «Storia della deportazione dall'Italia. 1943-1945»).
Fin dal titolo (Il pugnale di Mussolini - Storia di Amerigo Dumini, sicario di Matteotti, Il Mulino, pp. 413, 22 euro), Mayda sposa senza esitare la tesi che il rapimento e l'uccisione di Giacomo Matteotti vennero commissionati a Dumini e alla sua squadraccia di sicari direttamente da Mussolini, per il tramite di Marinelli e del capo dell'ufficio stampa della presidenza del consiglio, Cesare Rossi. Matteotti doveva essere eliminato perchè era il più fiero e credibile avversario del fascismo, e perchè era in possesso di carte scottanti sugli affari sporchi del governo, sulle quali Mussolini voleva a tutti i costi mettere le mani. Quei documenti gonfiavano la borsa di Matteotti, quando il deputato del Psu venne rapito sul lungotevere Arnaldo da Brescia a Roma, il 10 giugno 1924. Dumini le mise al sicuro negli Stati Uniti, in Texas, e per anni se ne servi come strumento di ricatto nei confronti del duce e degli altri ras più o meno direttamente coinvolti nel delitto. Carte che contenevano verità scomode, tanto è vero che nemmeno al processo-bis, celebrato nel dopoguerra (dopo quello farsa del '26 che si era concluso con condanne poco più che simboliche per Dumini e i suoi complici, non sfiorando nemmeno i mandanti), qualcuno si prese la briga di farle saltare fuori. Omissioni, zone d'ombra. Un clima di omertà e complicità, del quale Dumini approfittò per l'intero ventennio «nero», lucrando continuamente denaro in cambio del suo silenzio. Ma questo sistematico mercanteggiamento, questo sistematico camminare sul filo del rasoio, gli costò anche la persecuzione del regime: poteva bastare un litigio in strada, una vecchia truffarella, e Dumini si ritrovava in carcere. O al confino, la soluzione escogitata da Bocchini, onnipotente capo della polizia, per renderlo innocuo. Dumini col solito sistema dei ricatti, delle mezze minacce - in cui era ben consigliato dalla madre, l'inglese Jessie Wilson - riusci a uscire anche da li, ottenendo una lucrosa concessione nelle colonie africane. Spillò altri milioni. Fatto prigioniero dagli inglesi dopo il crollo dell'impero, riusci a tornare in Italia e durante la repubblica di Salò continuò a muoversi nel sottobosco fascista, campando con affari più o meno leciti. Nel dopoguerra, la resa dei conti giunse anche per lui: il processo-bis per l'affaire Matteotti si concluse con la condanna di Dumini a trent'anni di carcere. Nel '56, però, era già libero. Libero di scrivere anche la «sua» verità sul delitto: Diciasette colpi, la sua autobiografia, ebbe un discreto successo e i diritti d'autore contribuirono a rendere meno grami e stentati gli ultimi anni, trascorsi «in amarezza e solitudine, spesso evitato dagli ex del Partito fascista, che, al pari di Federzoni, lo rinnegavano fingendo di non conoscerlo». Il 21 dicembre 1967, dopo una banale caduta in casa, la morte, ultimo dimenticato superstite dell'affaire a chiudere la propria parabola terrena.