«Globalizzazione? E' nata a Vigevano»
VIGEVANO. Giuseppe Barrera, 54 anni, è il primo presidente dell'Agenzia per lo sviluppo territoriale, l'ormai ex-Centro servizi alle imprese. La nomina è di lunedi e Barrera manifesta l'intenzione di rimboccarsi subito le maniche per vedere di far funzionare l'Agenzia su progetti «pochi ma sostenibili». Persona concreta, 38 anni di lavoro alle spalle, di cui trenta da imprenditore, Barrera afferma di non badare alle polemiche che hanno contornato la vicenda della trasformazione del Csi in Agenzia per lo sviluppo, con i veti incrociati in Assomac e Unione industriali della provincia di Pavia sulla scelta del candidato alla presidenza. Spiega però come è nata la sua candidatura, dopo un incontro in piazza Ducale con due assessori.
«Stavo passando in bicicletta in piazza Ducale - spiega Giuseppe Barrera - e ho incontrato l'assessore Giargiana che mi ha fermato dicendoni: 'Voi imprenditori non ci mettete mai la vostra faccia, lasciate che siano solo i politici a esporsi". Mi disse che serviva un imprenditore per guidare l'Agenzia per lo sviluppo, e mi chiese di dare la mia disponibilità. Ho accettato, sostenuto anche dall'assessore Antonio Prati. E adesso mi trovo ad essere presidente dell'Agenzia, con una squadra appena formata con cui cercherò di dare il meglio per far funzionare bene questo strumento».
Dimenticate tutte le polemiche delle scorse settimane?
«Le polemiche? Sotto, in realtà, non c'è niente. Forse io ho solo commesso l'errore di non andare all'Unione industriali a dare la mia disponibilità per la presidenza dell'Agenzia. Cosi è successo che è stata la politica a fare un passo indietro e a nominare un imprenditore e non un politico alla presidenza».
Adesso che è alla presidenza di questo strumento giudicato da più parti importante per il rilancio della sofferente economia locale, che progetti ha?
«Adesso si tratta di lavorare. L'Agenzia è davvero uno strumento importante che insieme a tanti altri può contribuire a rilanciare l'economia locale, ma da sola non la può salvare. Ci ritroveremo tra pochi giorni per impostare un programma. Voglio solo ringraziare l'ultimo presidente del Centro servizi, Luigi Casoni, che è riuscito a tenere aperto il Csi con uno sforzo enorme. Devo ammettere che quando ero presidente di Assomac anche io avrei voluto chiudere il Centro servizi, perché mi sembrava che, nelle condizioni in cui operava, non servisse a molto, se non ad andare a sovrapporsi alle attività delle associazioni. Ora, con la trasformazione in Agenzia per lo sviluppo il ruolo di questa struttura cambia, può diventare un ottimo strumento che invece di entrare in collisione con l'esistente può essere davvero il motore per realizzare qualche cosa di nuovo».
Che cosa, in particolare?
«Bisogna realizzare progetti sostenibili, pochi ma mirati, senza pensare a target irraggiungibili. Serve una gestione imprenditoriale dell'Agenzia. E tra l'altro, visto che i politici hanno dichiarato di credere molto in questa Agenzia, ci aspettiamo che diano il loro contributo. L'Agenzia non può salvare la città, ma può dare una mano».
Ma come si può salvare Vigevano dalla situazione di grande difficoltà economica in cui si trova?
«Non ci sono ricette. Questo è il momento più brutto da quando esiste il settore meccano calzaturiero. E' un momento di crisi per chi investe in beni strumentali. Però bisogna avere la forza di crederci. A Vigevano ci sono alcune aziende che hanno deciso di delocalizzare la produzione, ad esempio, in Cina: questo è il primo passo verso la chiusura della azienda qui, dove è nata. E' una scelta che non condivido».
Ma lei crede che Vigevano uscirà da questa situazione o no?
«Certo che ne uscirà, in questa città si è sempre trovata una via d'uscita. Andremo verso un ridimensionamento delle strutture, ma ce la faremo. In fondo, diciamocelo, la globalizzazione l'hanno inventata i vigevanesi quando preparavano la valigia e andavano in giro per il mondo a vendere i loro prodotti. Dal nulla abbiamo creato un settore, il meccano calzaturiero, che in pochi decenni è diventato leader mondiale. Questo è il momento delle scelte oculate, delle scelte giuste. Il Tavolo istituzionale sarà utile: mettersi attorno a un tavolo è sempre la cosa migliore per cercare di capire qualcosa di quanto accade, per capire che cosa si può fare e dove si vuole arrivare. Il dialogo è sempre costruttivo».