QUEL «GIBO» PRIGIONIERO
Avevamo sovrastimato il verdetto della crono di Trieste. Quando Damiano Cunego aveva conosciuto una giornata difficile. Soprattutto, negli ultimi anni - in piena era della bici dall'ematocrito facile - quasi mai chi dei big era andato bene contro l'orologio, come Popovych sabato, si era poi staccato sulla prima salita. Per l'ucraino, invece, è stata una débacle. E Cunego, pronto, ha raccolto il testimone. Ripetiamo quanto sostenuto dopo Montevergine, quando per la prima e significativa volta il ragazzino aveva messo in croce il capitano: solo con una vittoria di Cunego, speranza dell'ItalBici, il Giro numero 87 - per altro tecnicamente povero - troverebbe la ragione per restare negli annali. Cunego, per fortuna, ha fugato le perplessità della crono. Quando la strada si alza, ha una marcia in più degli altri. La sua impresa è stata, però, anche il frutto di circostanze fortunate, paradossali: l'assaggio di capitan Simoni sul Furcia, la risposta di Popovych e Garzelli che li si esauriscono e poi l'attacco - secondo il manuale del gioco di squadra - del delfino. «Gibo» spera fino all'ultimo che gli avversari lo riportino sotto e invece si trova prigioniero della tattica Saeco. Il tris rosa gli sfugge di mano; la rabbia gli farà staccare tutti e recuperare qualcosina nell'ultimo tratto. Popovych e Garzelli crollano. Un disastro il Giro della maglia rosa del 2000. L'effetto Cunego è però portentoso sulla gente. Esagerato vedere in lui il nuovo Pantani, differenti le caratteristiche. Però il giovane piace. No, non è finita. Damiano e Gilberto ne hanno talmente più degli altri che venerdi, verso Bormio 2000, potrebbero ritrovarsi soli, gomito a gomito. A duellare. Contro la logica della squadra non si può andare nello sport moderno (ricordate la Roubaix decisa al telefono dal patron Mapei?), ma «Gibo» è tosto, di quelli duri a morire.