Durissima vita di pendolare

Mia moglie ha quasi cinquantatrè anni e da oltre venti fa il «pendolare». Nel suo piccolo è una persona fortunata. Vive a Pavia, vicino alla stazione, e lavora a Milano, vicino alla stazione di Rogoredo. Il suo pendolarismo è breve ed è uno dei migliori che si possano immaginare: Pavia e Milano sono in Lombardia, una delle più avanzate regioni europee.
Mercoledi 19 maggio mia moglie, mentre cercava di raggiungere il luogo di lavoro, ha rischiato di rimanere paralizzata per il resto della sua vita: è caduta dal predellino di quello che, eufemisticamente, noi che viviamo in Lombardia, chiamiamo treno. Nei carri bestiame gli animali hanno più spazio a disposizione di quanto non ne abbiano i pendolari in quelli che noi chiamiamo «treni pendolari». Lei era riuscita, non senza difficoltà, a salire. Poi, resasi conto che non riusciva neppure a respirare, ha tentato di scendere.
Impresa rivelatasi impossibile per due motivi: 1) l'inimmaginabile densità di occupazione dello spazio da parte di altri «esseri pendolari» (che, come tutti i pendolari sanno, sono cosa diversa dagli esseri umani); 2) l'incredibile altezza, rispetto alla banchina-marciapiede, dei gradini di accesso al cosiddetto treno (che sfata il luogo comune secondo cui gli italiani, complici le diverse migliaia di chilometri di coste, sarebbero un popolo di navigatori: sono, o dovrebbero diventare, un popolo di scalatori perché, perbacco, abbiamo le Alpi e gli Appennini).
Fatto sta che è caduta ed è rimasta a terra. Con la prima vertebra lombare fratturata e schiacciata. Ma è una persona fortunata e non è rimasta paralizzata. Ha solo, e avrà per diversi giorni, dolori lancinanti. Dovrà solo rimanere assolutamente immobile, in posizione orizzontale, per almeno 25 giorni (con i «piccoli» problemi che la cosa comporta). Dovrà solo indossare un busto-armatura per diversi mesi.
Le sarebbe potuta andare decisamente peggio. Come a tutti coloro che, in una delle regioni più avanzate dell'Europa e del mondo, usufruiscono di servizi essenziali che li costringono quotidianamente a vivere con grave disagio e a rischiare la vita per compiere il proprio dovere.
Io, che come molti sono un sognatore, sogno un Paese in cui:
1. i pendolari possano viaggiare in condizioni umane;
2. la polizia ferroviaria e il capostazione denuncino immediatamente, ciascuno per quanto di propria competenza, «incidenti» come quello occorso a mia moglie;
3. la magistratura intervenga, sulla base delle denunce di cui al punto precedente, perseguendo coloro ai quali può e deve essere addebitata la responsabilità oggettiva degli «incidenti» di cui sopra.
Insomma, io sogno un Paese popolato da cittadini e non da sudditi. Ma poi mi sveglio a Pavia, Lombardia, Italia. E da suddito vado a denunciare l'incidente (perché di questo si tratta, di incidente senza virgolette) all'ufficio Inail di Pavia che mi dice che l'ufficio competente è quello di Milano e che dovrebbe essere informato direttamente dal datore di lavoro, il quale - a sua volta - mi dice che gli uffici competenti sono quelli di Roma. Nel frattempo mi pago il busto-armatura che mia moglie dovrà indossare.
Se poi riuscirò ad individuare l'ufficio Inail competente, potrò perfino sperare prima o poi (più probabilmente poi, da quanto mi hanno fatto capire) in un rimborso. Se non sarò abbastanza perspicace da riuscirci, potrò sempre detrarre l'importo del busto dall'imponibile della dichiarazione redditi 2005. Mi sarà data, in questo modo, la possibilità di entrare a far parte del novero degli italiani ai quali saranno ridotte le tasse. Una bella fortuna, non vi pare? Siamo davvero fortunati mia moglie ed io a vivere a Pavia, Lombardia, Italia.
prof. Amedeo MariniPavia

Pavia, ci vuole lealtà
tra compagni di cordata

Questa è una lettera aperta ai rappresentanti di Pavia della lista elettorale «Società Civile Di Pietro-Occhetto per il nuovo Ulivo Italia dei Valori».
Domenica 16 maggio, alla Festa della Vernavola a Pavia, oltre ai banchi dei venditori ambulanti, c'era anche il gazebo con il materiale elettorale della predetta lista. C'era un cartoncino a colori riproducente il simbolo della lista e i due visi di Di Pietro e Occhetto, sotto la scritta «Fidati di chi ti puoi fidare». Nell'altra facciata, in alto, c'era la scritta «Elezioni europee 12-13 giugno 2004 metti al sicuro il tuo voto» e, sotto, il simbolo della lista con la croce e la scritta «Metti la croce su questo simbolo»; a lato la scritta «Ricordati di scrivere Di Pietro». Appesi al gazebo due grossi manifesti a colore di Di Pietro e di Veltri.
Siccome in tutti i collegi elettorali sono candidati sia Di Pietro che Occhetto, si chiede: perchè non c'era il manifesto e il materiale del sen. Occhetto? La lealtà tra «compagni di cordata» non è un primo elemento che ispira fiducia»?
Ugo BarberoSan Genesio

Monte Lesima in poesia
per non dimenticarlo

Quando il fiume scorre / la Pace prende la forma dei pini / Il Marino soffia da Genova / I sentieri respirano di muschio.
Monica TaglianiFeligara di Brallo