Guido Rossi: Pavia senza rivali

PAVIA. «Pavia più di Milano è il futuro dell'Università di eccellenza». Parola del giurista Guido Rossi, ghisleriano, laureatosi in giurisprudenza a Pavia nel 1953, preside di Economia nel 1967-69, grande esperto di diritto societario, ex-presidente di Consob, Montedison e Telecomon, ex-senatore. In un'intervista in margine alla sua 'lectio magistralis", ieri per i quarant'anni della facoltà di Economia, Rossi scommette su Pavia: «La città universitaria con i collegi rappresenta il futuro dell'alta formazione in Italia e lo Iuss diventerà un'altra Scuola Normale». Nella lezione Guido Rossi critica duramente la riforma del diritto societario: «Riporta l'Italia nel feudalesimo, tiene lontani i capitali stranieri, depotenzia la Borsa».
Professore, quale ricordo ha degli anni pavesi?
«Pavia ha rappresentato una tappa miliare nella mia vita e nella mia formazione perchè qui ho frequentato l'Università, mi sono laureato in giurisprudenza nel luglio del 1953, e poi sono un ghisleriano. Dopo la laurea ho potuto andare in Inghilterra e negli Stati Uniti con una borsa di studio».
A Pavia è tornato quattordici anni dopo a fare il preside di Economia.
«Si. Ricordo bene il periodo 1967-1969, cosi fecondo. Anni in cui si respirava un grande senso di apertura alla libertà e un entusiasmo che poi è andato scemando con il tempo. L'Università di Pavia era molto vivace. La presenza dei collegi la rendeva già un'ateneo di eccellenza. Il rapporto tra l'Università, il Ghislieri e la città era fecondissimo».
Si racconta un aneddoto: di quando lei preside ricevette il libretto rosso dal giovane Carlo Rossella.
«Veramente Rossella oggi consegna altri libretti... Però non vorrei che fosse una leggenda metropolitana. Sinceramente non me la ricordo».
Quale ruolo riveste oggi l'Università di Pavia nel sistema d'alta formazione?
«La sua funzione è molto importante per le ragioni che indicavo prima: la struttura stessa dell'ateneo e la presenza dei collegi. Nel momento in cui l'Università italiana si appiattisce, la riforma si rivela un disastro e l'autonomia determina l'abbassamento complessivo del livello del sistema, Pavia può diventare un'Università di eccellenza, come Pisa».
Ma oggi le Università medie come Pavia soffrono la concorrenza delle grandi, in un sistema di erogazione dei finanziamenti pubblici in base al numero degli iscritti e non della qualità dei risultati.
«Già oggi e sempre di più in futuro, le vere Università di eccellenza stanno fuori dalle grandi città. Le varie Università di Milano, quelle di Roma, quelle di Napoli non hanno futuro come poli di eccellenza. Pavia, invece, dove il rapporto ateneo-città è molto importante, rappresenta il futuro dell'alta formazione».
Pavia, poi, ha un'altra carta a disposizione: l'Istituto Universitario di Studi Superiori, presieduto dal rettore e vicepresidente della Crui Roberto Schmid, che rappresenta un livello ancora superiore. Crede che lo Iuss otterrà il riconoscimento come scuola di alta formazione?
«Sono assicuramente sicuro che lo Iuss avrà il riconoscimento e un grande futuro, che diventerà una nuova Normale. Pavia ritornerà ad essere il faro della cultura come all'epoca dei Visconti, quando vi affluivano gli studenti da tutta Europa».
Il modello Cambridge è applicabile a Pavia?
«Può esserlo. Io ho avuto l'opportunità di andare in Inghilterra e negli Stati Uniti proprio grazie al collegio Ghislieri, perchè Pavia immediatamente dopo la guerra era collegata con le Università inglesi e americane e già allora era culturalmente globalizzata».
Cambiamo argomento. Nella 'lectio magistralis" di ieri lei è stato assai critico con la riforma del diritto societario del governo Berlusconi. Vuole riassumerci gli argomenti da lei trattati?
«Devo ricordare che ovviamente il mio non è stato un discorso politico, ma una lezione di diritto sul tema 'modello autoritario e modello democratico della società per azioni". Ho spiegato le differenze tra la prima Spa inglese, la Compagnia delle Indie Orientali del 1600, e la Compagnie delle Indie Olandesi del 1602. La Spa inglese nacque su basi democratiche, quella olandese su basi autoritarie. Nella prima, ogni socio aveva diritto di voto e poteva in ogni momento controllare i libri contabili. Persino Hobbes, il filosofo dell'assolutismo, nel Leviatano approva l'ordinamento democratico della Spa democratica. La compagnia olandese, invece, era rigidamente oligarchica e l'assemblea non aveva alcun potere sugli amministratori».
A quale modello assomiglia la riforma italiana?
«Al modello della Compagnia olandese. E' una riforma nuova, eppure già antiquata.. Tutti i poteri sono concentrati nelle mani degli amministratori e le minoranze delle assemblee societarie sono escluse. Spira un vento autoritario. La lezione di Cesare Vivante, ispiratore del codice di diritto societario del 1942, è disattesa».
Che effetti ha questo orientamento della legislazione societaria italiana?
«La scarsa tutela delle minoranze tiene lontani dall'Italia i capitali d'investimento stranieri e determina la pochezza della Borsa. Invece di applicare la lezione maestra di Montesquieu e della separazione dei poteri, di ascoltare i consigli dell'assolutista Hobbes, di rafforzare la centralità dei consigli d'amministrazione e i poteri di controllo, si rendono onnipotenti i sindacati di blocco, si infittiscono gli intrecci con le banche, si alimentano i conflitti d'interesse».
Che cosa dimostrano i casi Cirio e Parmalat?
«La tirannide dei gruppi di controllo mascherata da capitalismo manageriale ha fatto ritardare l'emersione degli scandali. L'Italia sta consolidando l'impalcatura feudale del diritto societario. E' la prova che il nostro Paese non è ancora pronta ai cambiamenti che urgono».