Borromeo in rosa, approvato il progetto
PAVIA. Il quindici dicembre millenovecentonovantacinque il Collegio Borromeo annunciava l'intenzione di costruire una sezione femminile, svolta «moderna» di un'antica quanto prestigiosa istituzione cittadina (la prima pietra fu posata nel giugno del 1564). Ebbene, dopo quasi nove anni e mezzo, l'altro ieri sera il consiglio comunale ha approvato il progetto definitivo della nuova struttura, seppure con alcuni voti contrari e qualche astensione. Potrebbe anche essere la fine della lunga e travagliata vicenda, se non fosse che si annunciano ulteriori ricorsi al Tar.
La storia, la lunga storia della sezione femminile del Collegio, più nota come «il Borromeo in rosa», ha visto scontrarsi, per farla semplice semplice, due diverse visioni del centro storico cittadino: da tutelare e proteggere a ogni costo (è qui si trova la posizione contraria di Rifondazione, le astensioni di Sdi e Alleanza Nazionale, il secco «no» delle associazioni come Italia Nostra e Pavia Monumentale); da gestire con intelligenza, ma senza negare lo sviluppo. Uno sviluppo che, nel caso, era la proposta del Collegio Borromeo di edificare su di un'area di sua proprietà (la cosiddetta area del marmista, oggi dismessa). Un edificio indubbiamente «invasivo» rispetto alla proposta di farci «un giardino», ma non esattamente un «mostro di cemento» visto che alla fine dovrà ospitare una cinquantina di studentesse: un paio di piani, a livello delle altre abitazioni, rispettando i vincoli, appunto, in altezze e i «campi visivi a lunga percezione». Si tratta, comunque, di opinioni a confronto. Di oggettivo, si fa per dire, vi è la scelta del Comune di approvare il progetto. Leggiamo pari pari della relazione presentata in aula dall'assessore Cesare Bozzano: «L'area prescelta appare la più idonea per la realizzazione del progetto per i seguenti motivi: 1) è limitrofa al Collegio esistente (vi scorrono a lato le vie Tosi e Pertusati) e quindi consente economie di scala rispetto alla gestione dei servizi comuni; 2) è attualmente occupata da deposito e residui di lavorazione del marmo non omogenei con l'intero settore urbano; 3) gli edifici che insistono sull'area non hanno alcun valore storico e architettonico, salvo il modesto edificio esistente che sarà conservato e ristrutturato; 4) favorisce la riqualificazione funzionale e architettonica dell'intero isolato. Il progetto si pone [però] dei vincoli al fine di elevare la qualità ambientale, di salvaguardare i momumenti e i campi visivi e, i generale, le relazioni con il contesto (...). Il ruolo dell'isolato è stato ed è marginale: si presenta oggi la possibilità, attraverso la sua trasformazione, di farne il fondamento di un nuovo sistema urbano e sociale, se vengono valutate le relazioni con il contesto. La realizzazione di un itinerario 'sociale" per la vivibilità dell'intera zona si fonda sul riscatto architettonico e funzionale dell'isolato, esaltando il tradizionale ruolo primario del Collegio».
Certo, come hanno osservato in consiglio sia Sergio Maggi (Sdi) e poi Franco Maurici (Rifondazione), vi erano forsi luoghi migliori per un nuovo collegio, adattando l'area del marmista a giardino pubblico. A parte il fatto che l'area sarebbe da espropriare (con poche giustificazioni, poiché in quella zona non mancano certo i giardini, e quelli che ci sono vengono poco e male sfruttati), è stata fatta (ad esempio da Maurizio Niutta, Forza Italia), una banale ma decisiva considerazione: il Collegio Borromeo (e il suo rettore don Maggi), costruiscono dove meglio gli conviene: in un'area di proprietà, adiacente al collegio, e non spendono milioni di euro per acquisire l'ex-S. Margherita o, come proponeva ancora Maggi, l'ex-scuola Boerchio. Non si tratta, insomma, di un intervento dal profilo strettamente pubblico. In questa storia, anche di idee a confronto, c'è però un terzo incomodo: i residenti. I quali, cultura e tradizione a parte, probilmente si rivolgeranno ancora al Tar per bloccare la costruzione, molto sinteticamente, di una nuova casa che toglie luce e fiato alle loro. Timori, poi, sono stati espressi per la potenziale presenza di cinquanta scatenate studentesse in quell'area cosi tranquilla e silenziosa. E' stato Luigi Boffini (Lista Albergati) a chiudere forse un po' brutalmente la questione: «Ma è un collegio, non un bordello...».