«Li portavano e dicevano: fategli vedere l'inferno»
ROMA. «Il nostro compito era tenere svegli i detenuti, fargli vedere l'inferno in modo da convincerli a parlare. I prigionieri ce li portavano a gruppi, già bendati e ammanettati, gli ufficiali dell'intelligence militare, quelli della Cia o i contractors del Pentagono incaricati di organizzare gli interrogatori. Erano loro a stabilire come andavano trattati. Regole precise non ce n'erano».
Sabrina Harman, 26 anni, pizzaiola nella vita civile, è una dei sette soldati americani che affronteranno la corte marziale per gli orrori commessi nel carcere iracheno di Abu Grahib. È l'aguzzina dai capelli rossi che compare in alcune foto dello scandalo e che ieri ha consegnato le proprie memorie al 'Washington Post".
In una lunga e-mail pubblicata dal sito on-line del quotidiano americano, Sabrina ripercorre i suoi giorni da poliziotta militare nel braccio 1A della prigione alle porte di Baghdad. Giorni di sevizie immortalate dalle fotocamere di altri commilitoni ora indagati. Suo è il volto sorridente ritratto nella foto che mostra un gruppo di prigionieri nudi, ammassati l'uno sull'altro. Sue sono le mani che hanno applicato gli elettrodi al corpo del detenuto incappucciato e costretto a rimanere in equilibrio su una scatola per ore, sotto la minaccia di una falsa esecuzione. Suo lo scatto di un prigioniero obbligato a masturbarsi.
Ma a stabilire i metodi di trattamento di chi entrava ad Abu Grahib, ha raccontato la donna soldato al Wp, non era la polizia militare, ma l'intelligence militare e i contractors civili impiegati dal governo americano. «A decidere lo standard erano le stesse persone che ci portavano i prigionieri. Decidevano loro se dovevamo essere carini o meno. Se il detenuto collaborava, veniva autorizzato a tenere i vestiti, il materasso, ad avere cibo e sigarette. Ma se non forniva le informazioni che loro volevano, ogni privilegio veniva meno: anche il sonno», ha raccontato la ragazza nata 26 anni fa ad Arlington, Virginia. (n.a.)