Sharon pensa a un altro piano
GERUSALEMME.Il piano di disimpegno da Gaza, sconfitto domenica nel referendum tra gli iscritti del Likud, potrebbe essere modificato. Lo ha fatto sapere lo stesso premier Ariel Sharon, che ha incontrato ieri i deputati del Likud alla Knesset. Una posizione, questa, espressa anche dal ministro della Difesa, Shaul Mofaz, uno dei primi, assieme al vicepremier Olmert, a incontrare Sharon nel giorno dopo la schiacciante vittoria dei coloni. Vittoria resa, comunque, amara dall'attacco terroristico di domenica nella Striscia di Gaza a opera di due militanti della Jihad islamica, in cui sono state uccise una madre e le sue quattro figlie, in viaggio per andare proprio a fare campagna contro il piano di disimpegno voluto da Sharon e appoggiato dagli Stati Uniti.
Il ritiro delle colonie da Gaza potrebbe, dunque, essere annacquato per riconquistare la destra del Likud, il partito di Sharon, e scongiurare l'ipotesi di dimissioni del premier e del conseguente ricorso a elezioni anticipate. Una richiesta, questa, fatta invece dalle opposizioni di sinistra. Soprattutto dal vecchio leader laburista Shimon Peres nella sua prima dichiarazione a caldo dopo il risultato del referendum.
Dopo essere scampato all'ennesima mozione di sfiducia discussa ieri alla Knesset, Sharon ha, però, detto a chiare lettere che non intende dimettersi. Pure se, nei prossimi giorni, avvierà un giro di consultazioni in cui dovrebbe essere compreso anche Peres, assieme a Tommy Lapid, il leader del partito antireligioso dello Shinui.
Il partito di Lapid, considerato l'ago della bilancia della coalizione di governo, ha espresso tutto il suo disagio, chiedendo al premier di andare lo stesso avanti nel piano di disimpegno. Pena il ritiro del suo appoggio. O addirittura, per alcuni dei suoi dirigenti, il ricorso a elezioni anticipate.
Il giorno dopo la pesante sconfitta di Sharon a favore della lobby dei coloni, intransigente nella richiesta di mantenere all'interno della Striscia di Gaza gli insediamenti in cui vivono oltre settemila persone, è stato insomma tutto dedicato alle consultazioni frenetiche nei palazzi della politica.
E ai commenti di parte israeliana sul destino a breve e a medio termine di Ariel Sharon, che molti osservatori ritengono indebolito dal voto. Tutte concentrate sulla road map, invece, le reazioni palestinesi. La richiesta che viene dall'Autorità nazionale è, infatti, il ritorno ai negoziati e il ritiro delle misure unilaterali come il piano di disimpegno da Gaza.
Alla vigilia di una riunione cruciale del Quartetto (Usa, Unione Europea, Russia e Onu) in agenda per oggi, il capo dei negoziatori palestinesi, Saeb Erekat, ha chiesto agli Stati Uniti di ridiscutere l'appoggio dato dal presidente Bush, a metà aprile, alle richieste israeliane, compreso il mantenimento di alcune delle più importanti colonie ebraiche in Cisgiordania.
L'Amministrazione americana, tuttavia, ha ribadito ieri con il sottosegretario di Stato William Burns, che il piano Sharon rappresenta «un'occasione rara» per fare progressi verso la realizzazione della «visione di due Stati».
Nonostante la politica israeliana sia stata la protagonista della giornata, sono continuate le operazioni dell'esercito israeliano, sia in Cisgiordania, dove l'esercito ha effettuato all'alba decine di arresti e dov'è continuata la chiusura di alcune città, sia nella Striscia di Gaza, con la scoperta nel sud di alcuni tunnel per il contrabbando di armi.