Schmid punta all'Arabia Saudita

PAVIA. Dopo Abu Dhabi, Riad. Dopo gli Emirati Arabi Riuniti, l'Arabia Saudita. Il rettore dell'Università Roberto Schmid, in partenza per il Golfo, punta diritto al cuore dell'Islam. Sta, infatti, lavorando con l'ambasciata italiana nella capitale saudita a una straordinaria ipotesi di collaborazione con la locale Università per formare a Pavia la futura classe dirigente del Paese di Maometto, oggi in crisi con gli Stati Uniti. Il rettore svela i suoi progetti nell'intervista in cui inquadra l'operazione Abu Dhabi nella strategia dell'Unione Europea per diventare il polo di attrazione dell'alta formazione dei Paesi terzi.
Rettore Schmid, perchè l'Università di Pavia ha deciso di andare a 'caccia" di petrodollari studenteschi tra gli sceicchi del Golfo?
«E' un processo lungo, che merita di essere raccontato dal principio. Il viaggio, diciamo cosi, comincia a Lisbona, passa per Bologna, Tunisi e Catania, oggi fa tappa ad Abu Dhabi, domani magari a Riad, capitale dell'Arabia Saudita, e poi chissà dove».
Vuole spiegarcelo, questo itinerario?
«L'Unione Europea ha da tempo avviato quella che potremmo chiamare la Fase Due del processo di realizzazione dello Spazio Comune Europeo. La Fase Uno era rappresentata dai programmi di mobilità di docenti e studenti, per valorizzare e completare la formazione del capitale umano dei vari Stati dell'Unione. Il capitale umano è la vera ricchezza delle nazioni: la consapevolezza è nella Dichiarazione di Lisbona 2000 sulla 'Società fondata sulla conoscenza"».
Quando si è chiusa la Fase Uno dell'Unità europea?
«Con la Dichiarazione di Bologna, che ha avviato il cosiddetto 'Processo di Bologna", al quale hanno aderito 42 Stati e che ha lanciato la parola d'ordine dell'armonizzazione dei sistemi di alta formazione».
In che cosa consiste?
«Il 'Processo di Bologna" mira a introdurre a livello generale negli Stati membri, sia pure con i dovuti aggiustamenti Paese per Paese, l'architettura basilare introdotta in Italia con la riforma degli studi universitari del 1999, il cosiddetto '3 più 2". Istruzione, scuola, alta formazione non erano tra le competenze fissate dal trattato istitutivo della Comunità Economica Europea nel 1957, e la ragione era comprensibile».
Cioè?
«I vari Stati membri erano molto gelosi dei propri sistemi di alta formazione. La Fase Uno si è espletata con i programmi Socrates e Erasmus e con tentativi di riconoscimento di crediti e titoli tra Università di diversi Paesi».
Quali sono ora gli obiettivi della Fase Due?
«Essenzialmente due. La formazione di un capitale umano che sia, tra virgolette, 'dell"'Unione Europea e non 'dei" singoli Stati. E la creazione di uno spazio di formazione superiore con due caratteristiche. Che sia, per un verso, competitivo con quello degli Stati Uniti e degli altri Paesi più avanzati del mondo e, per l'altro, polo di attrazione per Paesi terzi. Gli obiettivi trovano la prima espressione nel nuovissimo programma Erasmus Mundus».
Che cosa prevede?
«L'Unione Europea si propone, in primo luogo, di mettere insieme le potenzialità dei vari Paesi membri, in modo da potersi presentare come un'alternativa per l'alta formazione agli occhi delle popolazioni dei Paesi terzi. In secondo luogo, si intende creare una rete di poli di eccellenza in cui docenti e studenti possano circolare. Questo disegno strategico è stato apertamente e sostenuto dalla presidenza italiana dell'Ue».
In che modo si pensa di attrarre, per esempio, le aspiranti classi dirigenti dei Paesi terzi?
«Gli strumenti sono programmi come Tempus Meda e un altro riguardante l'America Latina. Bruxelles comincia a predisporre gli strumenti per far si che i Paesi terzi comincino a guardare all'Unione Europea stessa come al luogo in cui completare l'alta formazione. L'attenzione è focalizzata sul Mediterraneo e sull'America Latina».
Come si propone l'Italia in questo disegno?
«L'Italia è interessata a entrambi questi discorsi: perchè il nostro Paese è la porta dell'Europa sul Mediterraneo e perchè il sub-continente latino-americano ha forti quote di popolazione di origine italiana. La Conferenza di Catania dello scorso novembre tra i ministeri dell'Università dei Paesi del Mediterraneo ha posto le basi per la creazione dello Spazio Euro-Mediterraneo di Alta Formazione. L'obiettivo era dichiaratamente politico: creare uno spazio comune di convivenza tra culture, tradizioni, civiltà e religioni differenti e di sempre maggiore reciproca conoscenza. Convinta dal successo di Catania Uno, il ministro Moratti ha ora deciso di promuovere Catania Due: una conferenza che diventi permanente nell'Unione Europea. E il ministro ha affidato ancora a me il compito di rimettere assieme il puzzle».
Quando dice Spazio Euro-Mediterraneo a che cosa esattamente si riferisce?
«Questo è il punto. Non mi riferisco solo ai Paesi direttamente affacciati sulle sponde del Mare Nostrum, ma anche ai Paesi delle aree prossime. E' con questo disegno strategico che il ministero degli esteri italiano si è mosso verso Paesi come gli Emirati Arabi Riuniti, che sono oltretutto ad alto reddito pro-capite. Tale obiettivo si è sposato con la considerazione che gli studenti degli Emirati Arabi, dopo l'11 Settembre, provano disagio a proseguire gli studi negli Stati Uniti e in Gran Bretagna e tendono a rientrare in patria, cercando altre destinazioni universitarie».
L'Italia?
«Finora questo flusso si è rivolto verso Australia, Nuova Zelanda e Svizzera. Anche l'Italia ora si candida a diventare un interlocutore del governo di Abu Dhabi».
Lei è stato invitato ad Abu Dhabi come rettore di Pavia o come vicepresidente della Crui, la conferenza dei rettori italiani?
«Rappresento la Crui e spiegherò il sistema universitario italiano, parlando di Pavia come di un modello di sistema molto avanzato di alta formazione». (s. c.)