Indagini ostacolate, nessun colpevole

ROMA. Due prescrizioni, una raffica di assoluzioni. I parenti delle vittime che non riescono a non piangere. I generali imputati di alto tradimento che si scambiano pacche sulle spalle e strette di mano, mentre in fondo all'aula bunker si leva un applauso che gela l'anima. La terza Corte d'assise di Roma ha pronunciato, in nome del popolo italiano, il verdetto che dopo 24 anni di inchieste chiude il primo processo sulla strage di Ustica, sui depistaggi che seguirono il disastro del Dc9 Itavia inabissatosi nel Tirreno, con 81 passeggeri a bordo, la sera del 27 giugno 1980.
Sono le tre del pomeriggio quando i giudici fanno il loro ingresso nel bunker di Rebibbia. I familiari dei morti aspettano silenziosi. C'è chi è venuto da Palermo, chi da Mantova. Con figli, generi, cognate, nipoti. Quando il presidente Giovanni Muscarà prende la parola, nessuno fiata. Il dispositivo della sentenza è complesso: è la prima volta che in un aula di giustizia si procede per il reato di attentato agli organi costituzionali previsto dall'articolo 289 del codice penale. Solo gli addetti ai lavori ne afferrano al volo il significato.
La Corte dichiara il non doversi procedere, per interventuta prescrizione del reato, nei confronti dell'ex capo di Stato maggiore dell'aeronautica Lamberto Bartolucci, «in ordine alla contestazione di omesso riferimento alle autorità poltiche dei risultati dell'analisi dei tracciati radar di Fiumicino e Ciampino». Lo stesso fa per il generale Franco Ferri (all'epoca dei fatti sotto capo di Stato maggiore dell'Arma azzurra) «in ordine alla contestazione di avere fornito informazioni errate alle autorità politiche escludendo il possibile coinvolgimento di altri aerei nell'informativa scritta del 20 dicembre 1980». Poi arrivano le assoluzioni dei generali Zeno Tascio e Corrado Melillo: «per non avere commesso il fatto» riguardo alla prima contestazione, «perchè il fatto non costituisce reato» in relazione alla seconda. Infine l'assoluzione di tutti e quattro gli ufficiali da ogni imputazione residua «perchè il fatto non sussiste».
Una raffica di «assolve» che disorienta i familiari delle vittime mentre dal fondo dell'aula, settore riservato al pubblico, si alza l'applauso di chi è venuto a sostenere i generali alla sbarra: amici, mogli, militari in pensione. Pochi istanti e il dolore scoppia. È difficile, quasi impossibile spiegare ai parenti in lacrime che quelle due prescrizioni confermano che i vertici dell'Aeronautica mentirono e depistarono le autorità politiche impedendo l'accertamento della verità; ma che la corte ha scelto di derubricare il reato, rispetto alle richieste dell'accusa, ritenendo i generali imputabili di avere tradito commettendo atti diretti soltanto a «turbare» e non a «impedire» l'esercizio delle attribuzioni e delle prerogative del governo.
A spiegare il diritto processuale ci prova per prima Daria Bonfietti, presidente dell'Associazione familiari delle vittime. Ci provano gli avvocati di parte civile, insieme ai Pm che impugneranno la sentenza. Ma il boccone è amaro. I generali sorridono. Brindano all'«onore restituito», «alla fine di vent'anni di gogna mediatica». Sorridono meno i loro avvocati. «Siamo parzialmente soddisfatti», commenta il legale di Bartolucci mentre l'aula si svuota e i pm annunciano che la battaglia continuerà.