Nel segno del Risorgimento

La primavera, a Pavia, è il contrario dell'autunno; mentre quest'ultimo pare venire da fuori, portato dal vento, la primavera sembra scaturire da dentro, come fosse un battito del cuore stesso della città, un'emanazione della sua più autentica personalità. I colori che avvicinano la natura al rosato degli antichi palazzi, l'aria più limpida e tersa, il caleidoscopio dei fiori, l'aspetto più gentile, sembrano non un abitato estemporaneo, ma una viva pelle.
Pavia ha una personalità primaverile. Soffoca in estate, si deprime in autunno, si agita per scaldarsi nel gelo dell'inverno, ma solo in primavera vive in armonia con se stessa il tripudio di questa stagione, un'esplosione di fiori. Ed è ciò che chi ha partecipato venerdi pomeriggio alla inaugurazione del riaperto museo del Risorgimento, ha potuto vedere attraversando i giardini del castello. Ci sono alberi in fiore rosa e bianchi alternati, di struggente bellezza, robusti e delicati, figliano foglie e fiori a velocità sorprendente: sembrano tirati su a bistecche di cavallo, ma assomigliano anche, tutti in fila come sono, a debuttanti al ballo.
La riapertura del museo è stata suffragata simpaticamente da Eligio Gatti e il percorso guidato tra le sale del museo, enorme nidus nidorum collocato all'ultimo piano vicino ai merli del castello, tenuto dalla curatrice Gigliola De Martini, giovane signora colta, preparata, disponibile. Si respirava un'aura giustamente patriottica riguardando le reliquie del passato conservate nelle vetrine, che possiedono sempre la dignitosa polverosità degli oggetti di un tempo.
Tutto ciò che ho visto mi ha ricordato i versi di Francesco Serao che chiudono l'ode scritta di getto a metà Ottocento al Caffè Nazionale e intitolata «A' fratelli pavesi»: sono un po' ridondanti, enfatici, ma riscattati dalla buona fede, dall'amor di patria: «Se morrem su terreni lombardi / noi morremmo col vanto de' forti / non da vil morrem, né codardi / ma affrontando le stranie coorti /con esempio di patrio valor /. O pavesi, fratelli, un addio / faccia il cielo che non fosse / l'estremo...! / Tutti uniti in un solo desio / spinti tutti da un voto supremo / noi partiam con l'Italia nel cor».
Quadri, oggetti personali, stampe, baionette, pistole, calchi di statue, vecchie divise, spade («Di schiavi in man le spade / non son che un giunco, un stel / in man di libertade / son fulmin del ciel». Il marzo 1848).
La visita del museo è consigliabile a tutti, naturalmente, ma dovrebbe diventare quasi obbligatoria per gli alunni delle elementari e delle medie. Il pomeriggio si è poi concluso con un bellissimo concerto per chitarra di Marco Battaglia, musicista di sorprendente abilità, tenutosi nel foyer del Fraschini.
L'eccezionalità dell'evento era rappresentata dalla chitarra che un tempo fu di Giuseppe Mazzini e sulla quale lo stesso suonava i suoi brani preferiti. Strumento ancora oggi perfettamente funzionante, di meravigliosa sonorità, in grado ancora di procurare emozioni: «La musica battendo come un cuore momentaneamente al posto del mio cuore, rallentava o rendeva più frequenti, a suo piacimento, i battiti del mio sangue nelle vene, al punto che, in certi momenti, mi sentivo quasi mancare e ristagnare in me stesso». (Marcel Proust - Une dimanche au conservatorie).
Loris Dalla MarigaPavia