Berlusconi, dopo l'ottimismo cala il silenzio

ROMA. «Attesa» rimane la parola d'ordine per i tre ostaggi italiani. Ma nessuna nuova difficilmente può essere scambiata oggi per buona nuova. Maurizio Agliana, Salvatore Stefio e Umberto Cupertino si trovano prigionieri all'interno di una tenaglia che va oltre la decisione sulla loro sorte, e che nello stesso tempo considera questi tre uomini una pedina da giocare in uno scontro che potrebbe rivelarsi catastrofico. La trattativa per la liberazione, che continua con la mediazione degli Ulema, è stata duramente attaccata ieri dalla fazione più fondamentalista dei combattenti di Falluja, con uno opuscolo distribuito dinanzi alla moschea salafita di Baghdad, in cui si insiste sull'uso degli ostaggi per ottenere uno scambio con gli iracheni detenuti dalla coalizione.
E si accusano gli Ulema di aver provocato la disorganizzazione tra i difensori di Falluja.
Se da una parte questo può significare che i tre italiani non sono in mano alla fazione più radicale, significa anche che la loro sorte potrebbe non prescindere da quello che succederà, nelle prossime ore, nella città sunnita e nelle altre città sacre alla religione sciita. E le parole dello sceicco Samarrai, membro del Consiglio degli Ulema, che coincidono con le minacce di Moqtada Sadr, l'imam ribelle sciita («Se gli americani rientrano a Falluja sarà guerra totale in tutto l'Iraq»), preannunciano una nuova saldatura tra sunniti e sciiti che lascerebbe ben poco spazio alle posizioni moderate.
La situazione, per i tre ostaggi italiani, si presenta delicatissima. Ieri nuova missione umanitaria della Croce Rossa. Prima ha consegnato generi alimentari nel campo dove sono raccolti i profughi di Falluja, alle porte di Baghdad. Poi, accompagnata da un rappresentante del Consiglio degli Ulema, ha raggiunto la città assediata, ha scaricato cibo e medicinali ed è tornata velocemente indietro.
Questa volta la consegna è stata ben diversa dalla prina, e si è svolta in un clima «molto pesante», in una città praticamente deserta.
Lo stesso ministro degli Esteri Frattini non parla di trattative concluse, ma afferma che l'Italia «continua a lavorare» a tutto campo, e smentisce che sia stato pagato un riscatto. A chi gli chiedeva notizie su un possibile passaggio di mano dei tre italiani ha risposto con un «no comment».
La consegna del silenzio è venuta direttamente da Silvio Berlusconi, che ieri ha esposto al Consiglio dei ministri una relazione sulla situazione in Iraq e sulla vicenda degli ostaggi. E il nervosismo che tocca l'esecutivo si riflette anche sui servizi segreti. Alcuni scoop, dicono fonti riconducibili ai nostri 007, sono «suggestioni» palesemente false. Anzi, rischiano di compromettere la liberazione degli ostaggi ed espongono a rischi i funzionari che operano nella zona. Inoltre «producono un grave danno nella eccellente qualità dei rapporti e nella reciproca fiducia che si sono stabilite con le massime autorità religiose sunnite» e rendono più difficile «lo stesso dialogo sulla liberazione degli ostaggi».
Pare evidente, da questo discorso, che l'ottimismo dei giorni scorsi è svanito e che il «dialogo», che sembrava concluso, è ripreso. Nelle case dei parenti dei tre italiani in mano alle «Brigate di Maometto» la fiducia rimane integra, ma sul contenuto delle telefonate che arrivano dalla Farnesina la risposta è sempre la stessa: «Nulla di nuovo». Il dialogo con la stampa continua, ma non più sulle trattative.
La sera scorsa il presidente dell'Unione delle Comunità islamiche in Italia, l'imam Mohamed Nour D'Chan, si è recato in visita alla famiglia Stefio a Cesenatico, e ne è uscito con un messaggio agli Ulema scritto a mano, su un foglio di carta rosa, dalla madre di Salvatore, Maria Luisa. Un appello rivolto da una madre ai «fratelli iracheni». Parole di comprensione per la «vostra disperazione», per la «libertà del vostro Paese», di rispetto «per la vostra religione» e per la «causa per cui state lottando».
I contenuti ricalcano l'appello rivolto, attraverso Al Jazeera, da Antonella Agliana, che ieri ha ricevuto una telefonata di solidarietà dall'imam di Torino e una visita del vescovo di Prato. E anche a casa Cupertino non si parla di trattative, ma solo di «fiducia e speranza».
L'inchiesta della magistratura di Bari ha fatto sapere che Umberto Cupertino non ha mai avuto, né ha mai richiesto, il porto d'armi. Una prova in più che il suo lavoro in Iraq non era fare la guerra.