Giuan Al Vasch, il carrettiere

Fra le tante macchiette note e meno note, a Belgioioso va segnalato 'Giovanni il Vescovo" che in dialetto suonava 'Giuan Al Vasch" e che era un personaggio attorno al quale si sono raccolte tante storie, alcune forse più leggende che verità. Giovanni era uno dei tanti ragazzi del Dosso, il borgo nato dall'esodo di massa dei contadini che abitavano lungo le sponde del Po, giù dalla Costiera, e che ne avevano avuta a sufficienza delle inondazioni e decisero di trasferirsi a Belgioioso. Giovanni, noto a tutti gli abitanti del paese come 'Al Vasch" forse perché figlio di Giuseppe detto a sua volta 'Al Vasch". Dunque 'Al Vasch" era il padre e 'Al Vasch" erano anche conosciuti i suoi figli. Il perché del nomignolo è ignoto, probabilmente era per quella sua aria autoritaria, imperiosa che lo contraddistingueva sottolineata dai due grandi baffi ben arricciati alle estremità. Carrettiere era il padre e carrettiere erano ovviamente anche i figli e mezzo carrettiere anche la figlia, quasi cieca, che aiutava padre e fratelli a mantenere le bestie che davano loro da vivere. Giuseppe possedeva due 'tiri", cioè quattro cavalli ed un robusto somaro da attaccare davanti ad un trio od all'altro cosi da dare maggior forza motrice quando si dovevano trainare grossi carichi o si doveva passare sulle strade fangose dei boschi oppure superare dure salite come potevano essere quella del Mulino o del Mulino di Sostegno oppure di San Pietro in Verzolo o magari di Montebolone e cosi via. Ma oggi Giuan 'Al Vasch" vogliamo ricordarlo per un episodio narrato dallo studioso Lino Zanaboni nel suo volume 'La stalla", storia di uomini e di bestie, stampa Grafica Belgioioso. «Nella stalla vidi 'Al Vasch" compiere una impresa che mi capitò di rivedere solo da un attore del Circo. Giovanni aveva una possente dentatura, come si dice in dialetto 'al ghevà una cavagna ad dent", bianchi, candidi che spiccavano come inconfondibile caratteristica su quel volto. Si vanta di possedere una forza erculea nei denti e di poter alzare con essi qualsiasi cosa, qualsiasi peso. Un giorno arrivò a scommettere con altri giovani suoi coetanei del Dosso che avrebbe sollevato un 'siggion", un grande secchio, un mastello di legno di quelli che le donne usavano per fare il tradizionale bucato del lunedi. Riempi d'acqua il mastello, trenta litri ad occhio e croce e quindi all'incirca trenta chili, passò un robusto ramo di salice nei due manici forati, quindi si chinò, morse bene il tenero legno e con uno strappo alzò il mastello, che secondo lo Zanaboni, complessivamente avrebbe potuto pesare all'incirca un quaranta chilogrammi! Questo era Giovanni 'Al Vasch", nerboruto carrettiere del Dosso che schioccava la grossa frusta con arte sopraffina ed ornava le 'collane" dei suoi cavalli con tintinnanti campanellini perché si sentissero anche a notevole distanza. Vestiva, come si suol dire, alla carrettiera, una lunga fascia di lana colorata a tener stretti i pantaloni alla vita, un cappellino messo sulle ventitre, di sghimbescio a dare un'aria sbarazzina, un gilè sempre aperto sul davanti, nei cui taschini inferiori doveva esserci della moneta tintinnante, cosi da dimostrare che li c'erano i soldi e perciò il conto dell'osteria sarebbe stato pagato. Un orologio (la cipolla) da tasca appeso ad una grossa catena d'argento fatta passare nelle asole dello stesso gilè, camicia di flanella dagli sgargianti colori e polacchini morbidi per ben sopportare le lunghe camminate. E se una ruota del carretto affondava nel fango o nel terreno sabbioso, la spalla possente di Giovanni era li pronta a sollevare la coda del mezzo per alleggerire il carico alle bestie del tiro e permettergli di ripartire».