Scomposti di fronte alla morte
Chiunque fosse, qualunque cosa facesse in Iraq, quell'uomo ha saputo morire. Con dignità in una situazione indegna. Trovando i gesti e le parole non dell'eroe ma di un essere umano che rimane composto davanti alla fine, alla sua fine. Merita omaggio e rispetto e non solo perché entrambi si concedono comunque a chi non vive più.
Non altrettanto hanno fatto molti suoi connazionali, scomposti davanti alla morte si sono fatti trovare in tanti. Sorpresa, impreparazione, sgomento: sono robuste attenuanti, ma il paese in queste ore ha mostrato fibra, nervi e animo fragili e malaticci. In asfissia di informazioni da giorni, sfortunato è stato il governo, presidente e vice presidente in vacanza, ministro degli esteri su una poltrona televisiva. Non che se fossero stati nei rispettivi uffici avrebbero potuto far molto, nessun governo poteva far nulla: uccidendo subito l'ostaggio gli assassini hanno dimostrato di non voler davvero trattare, il loro scopo era e forse purtroppo resta l'esecuzione in diretta. Ma a quella sfortuna di essere colti dal dramma fuori posto, il governo non ha saputo reagire: questi non sono i momenti di una frase di orgoglioso cordoglio dettata alle agenzie di stampa.
Esistono riti di Stato, comportamenti e luoghi che segnalano a un paese che di dramma si tratta, che servono a serrare la gola di una comunità, istituti di dignità collettiva. E un talk show non è la scenografia composta di un dramma nazionale, resterà sempre ambiguamente sospeso nella terra incerta tra la realtà e il reality show.
Un messaggio al paese, una sospensione del normale corso della tv, un ministro che si alza dalla poltrona e compostamente con questo gesto proclama di fatto un lutto di Stato. Frattini non l'ha fatto, non per malanimo ma perchè rampollo di una generazione e di una famiglia politica che, a furia di farsi obbligo di infrangere le «vecchie» regole, resta orfana di ogni regola, anche quella per cui di fronte a un cadavere si tace, almeno per un po'.
Scomposto di fronte alla morte «Il Manifesto», quotidiano comunista sul quale una vignetta ghigna: «Morire per denaro, banconote a mezz'asta». Scomposto «Libero» di Vittorio Feltri, col suo titolo «Abbiamo 800 mila ostaggi», anticipatore del leghista Calderoli che chiede mille arabi espulsi per ogni giorno di detenzione degli ostaggi, Kappler non avrebbe saputo dire meglio. Scomposti molti giornalisti alla caccia di privata gloria coltivando ridondanti dietrologie fondate soprattutto sulla domanda nazionale di gossip, stavolta necrofilo. Scomposte le parole delle famiglie dei sequestrati, anche se questa è l'unica scompostezza che può, deve essere compresa. Hanno negato l'evidenza dell'attività dei loro congiunti, hanno lamentato di essere «lasciati soli» mentre il mondo si occupava di loro, hanno chiesto anima e corpo dell'Italia per la vita dei loro cari.
Peggio di loro, comunque assolti dal dolore, le tante tv che hanno amplificato, titolato e venduto quel dolore. E scomposte sono state forze e uomini politici che hanno colpevolmente mischiato e confuso gli ostaggi con la loro posizione sull'Iraq: uccidono i nostri, quindi la guerra è giusta, oppure: uccidono, quindi più igienico andarsene. Il dramma meriterebbe un premier che compostamente dice all'alleato americano e al suo paese a quali condizioni, con quali metodi e per quali obiettivi siamo li. Il leader se ne sta invece acquattato, dicono timoroso di un riflesso elettorale negativo di morti italiani.
Un bel pezzo di opposizione si gonfia della sua stessa isteria, un bel po' di informazione fabbrica e vellica emozioni. Novembre 2003, caddero in 19, figli di un paese che si scopri allora serio e degno. Cinque mesi scomposti ci hanno peggiorato.